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Vietnam, batosta dazi: perché la scelta di Trump farà lievitare il costo delle sneakers. La reazione in Borsa di Adidas, Puma e Nike

Gli Usa hanno deciso di applicare dazi elevatissimi, al 46%, sul piccolo Vietnam che negli ultimi anni è diventato uno dei maggiori centri produttivi al mondo di sneakers, Nike e Adidas compresi. Ecco gli effetti di tale scelta

Vietnam, batosta dazi: perché la scelta di Trump farà lievitare il costo delle sneakers. La reazione in Borsa di Adidas, Puma e Nike

Nell’assurdo “show dei dazi” messo in scena mercoledì sera dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tra improbabili tabelle, finti operai e accompagnamento musicale di dubbio gusto, spicca un caso su tutti: è quello del piccolo Vietnam, colpito da tariffe elevatissime, pari al 46%, più del doppio rispetto a quelle imposte all’Unione europea, per intenderci. Recrudescenze storiche? No, calcoli discutibili e teorie difficilmente dimostrabili.

Secondo l’amministrazione a stelle e strisce, infatti, il Vietnam e la Cambogia applicherebbero tariffe sugli Stati Uniti pari, rispettivamente, al 90 e al 97%. Non solo, entrambi i Paesi sarebbero sfruttati dalla Cina, che sposterebbe lì i suoi prodotti per poi venderli negli Usa, aggirando le barriere doganali. Da qui, la conseguenza “logica” (per Trump, almeno): entrambi i Paesi sono stati puniti con dazi pesantissimi, tra i più alti di tutti: il 49% sulla Cambogia e il 46%, come detto, sul Vietnam, che tra l’altro dovrebbero pure ringraziare, dato che ambedue le percentuali, sempre secondo Trump, rappresenterebbero uno sconto “imperdibile”, di quelli che neanche al black friday, dovuto alla proverbiale “gentilezza americana”. E chi pagherà il conto di questa fantomatica gentilezza? I consumatori statunitensi, quelli più sportivi in particolare, che da oggi potrebbero dover sborsare cifre esorbitanti per potersi permettere un semplice paio di sneakers. Ma andiamo con ordine.

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La formula dei dazi

Dalla notte scorsa, vale a dire nelle ore successive agli annunci di Trump sulle tariffe, uno dei temi più dibattuti a livello internazionale riguarda la formula utilizzata per calcolare i dazi da imporre sui diversi Paesi. Pare che gli esperti della Casa Bianca abbiano usato il seguente approccio: sarebbero partiti da una tariffa base del 10% per tutti, a cui hanno poi sommato dei dazi aggiuntivi, calcolati in base al trattamento che i singoli Paesi riservano agli Usa (da qui la denominazione “dazi reciproci”). All’interno di questo secondo conteggio rientrerebbero non solo i dazi doganali, ma anche le cosiddette “tariffe non monetarie”, come norme e regolamenti su beni e servizi. Il problema? Anche per gli economisti più dotati sarebbe impossibile calcolare il reale peso di queste barriere “non monetarie”, quindi alla fine si è scoperto che gli strateghi del tycoon avrebbero deciso l’importo dei dazi facendo una semplice divisione alla portata di un alunno delle elementari. Hanno preso il deficit commerciale con ciascun paese e lo hanno diviso per il totale del valore delle merci esportate. Non stiamo qui a spiegarvi lo sgomento della stragrande maggioranza degli economisti mondiali – alcuni dei quali pare abbiano avuto bisogno “dei sali” per riprendersi dallo shock – e andiamo avanti. 

I dazi Usa e il caso Vietnam

Arriviamo al Vietnam che ad oggi ha un surplus commerciale di 123,5 miliardi di dollari con gli Stati Uniti a fronte di un valore totale delle esportazioni pari a 136,6 miliardi di dollari. Basandosi su questi numeri gli Usa avrebbero calcolato dazi del 46% sui prodotti importati da Hanoi e dintorni.

Pochi sanno che, proprio allo scopo di ridurre la loro esposizione verso la Cina (come richiesto dall’amministrazione Usa, tra l’altro), i colossi dello sportswear mondiale hanno spostato in Vietnam la loro produzione. Il risultato? Negli ultimi anni il Vietnam è diventato uno dei maggiori centri produttivi al mondo di sneakers da corsa, ma anche di abbigliamento sportivo. 

Per intenderci, big del settore come Nike e Adidas producono lì una grossa fetta della loro merce. Come spiega il Corriere, l’azienda americana, per esempio, lo scorso anno ha prodotto in Vietnam il 50% delle sue scarpe e il 28% dei suoi capi di abbigliamento, mentre per la società tedesca le percentuali ammontano, rispettivamente, al 39 e al 18%.

La reazione della Borsa

E non è un caso che oggi, mentre le Borse mondiali viaggiano in rosso senza però registrare crolli degni di nota, ad essere colpite da un vero sell off siano proprio le società del comparto sportswear: a Francoforte Adidas perde il 10,19% a 198,40 euro dopo aver toccato un minimo intraday di 196,90, prezzo più basso da quasi un anno. Non va meglio a Puma, che registra un ribasso del 9,9% a 20,65%, minimo dal 2016. E Nike? Nel pre-market del Nasdaq il titolo del colosso statunitense cede oltre il 9% del suo valore, scendendo a 58.67 dollari, livello più basso dal 2018.

Secondo gli analisti di Ubs la reazione degli investitori ai dazi nel settore degli articoli sportivi riguarda soprattutto il Vietnam, perché le tariffe annunciate sono “decisamente peggiori delle aspettative”. Considerata infatti la crescente importanza del Vietnam nella produzione calzaturiera, sono da prevedere notevoli ostacoli alla redditività del settore calzaturiero per lo sport. 

Prezzi esorbitanti per le sneakers negli Usa?

Ma le conseguenze delle mosse di Trump non riguarderanno solo la Borsa. D’altronde lo abbiamo già visto e probabilmente lo rivedremo anche nei prossimi giorni. Nella stragrande maggioranza dei casi, gli effetti delle guerre commerciali non si abbattono solo su produttori ed esportatori, ma anche e soprattutto sui consumatori. L’unico modo per evitarlo sarebbe infatti quello di spingere i colossi del settore a spostare la loro produzione. Ma in questo caso bisogna considerare due fattori. Il fattore tempo: per farlo servono anni, non giorni. E il fattore luogo: dove dovrebbero andare Adidas, Nike, ecc. considerando che anche molti altri Paesi asiatici – Cina su tutti – sono stati colpiti da dazi pesantissimi?

L’effetto a breve termine dei dazi imposti da Trump dunque non potrà che essere uno: per cercare di contenere l’impatto delle tariffe e mantenere intatta la loro redditività, i diversi brand dovranno aumentare i prezzi dei prodotti che vengono importanti negli Usa. Tradotto: a pagare saranno i cittadini che rischiano di dover sborsare cifre esorbitanti per potersi permettere un paio di sneakers da usare per andare a correre o semplicemente per fare una passeggiata. Ne valeva davvero la pena?

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