L’ultimo dato è arrivato dall’Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro: dal 2008 al 2024 le buste paga dei lavoratori italiani hanno perso l’8,7 per cento del loro potere d’acquisto. Peggio, o quasi, di tutte le altre economie del G20. Siamo finiti in fondo alla classifica. Ma la questione salariale in Italia ha iniziato a dare segnali negativi molto prima, nell’ultimo decennio del Novecento. Da lì in poi i redditi dei lavoratori dipendenti hanno cominciato a ridursi in termini reali. Un’accelerazione nella discesa è arrivata con la recessione provocata dal Covid-19 e poi con la ripresa dell’inflazione nel 2022.
I numeri ci dicono che dal 1991 al 2023 i redditi reali sono scesi del 3,4 per cento contro una media di incremento nei paesi dell’Ocse del 30 per cento. È successo solo in Italia, dunque. Perché? Perché gli stipendi degli italiani sono fermi da trent’anni?
Andrea Garnero, economista dell’Ocse, e Roberto Mania, giornalista, a lungo inviato di Repubblica, hanno scritto un libro, La questione salariale (edito da Egea) per spiegare le ragioni di questo tracollo, indagandone le cause e anche le tante responsabilità. Perché non c’è una risposta semplice ad una questione aperta da decenni e rimasta ancora irrisolta. Nel dialogo tra i due autori emerge l’Italia con tutte le sue contraddizioni e i suoi dualismi. Con la sua inefficace burocrazia (Fisco compreso) appesantita da un concentrato di norme che si sono affastellate senza logica nel tempo, e i limiti di un modello produttivo (troppe piccole imprese, troppi servizi di bassa qualità e anche troppi pochi manager capaci) restio ad aggiornarsi. C’è una politica distratta e miope ma anche un sistema di relazioni industriali accartocciato su se stesso timoroso di qualsiasi novità.
Certo, ci sono anche le eccellenze. C’è una manifattura (quella del quarto, o forse quinto, capitalismo) di qualità che permette all’Italia di restare il secondo produttore industriale d’Europa e tra i principali paesi esportatori del mondo, ma che stenta ancora a trascinare dietro di sé il resto del paese. Per tutte queste ragioni c’è una questione salariale in Italia.
“La nostra stagnazione salariale – scrivono Garnero e Mania – si è mossa parallelamente al blocco della dinamica del Pil e della produttività, un unicum davvero assoluto tra i Paesi Ocse, l’organizzazione dei Paesi più sviluppati”. Pil fermo e blocco della produttività. Difficile, con queste premesse, alzare i salari.
Infatti, hanno seguito l’andamento dell’economia perché non sono “una variabile indipendente”. E l’assenza di una pressione dei salari non ha favorito affatto gli investimenti in innovazione e in formazione. Anche per questa via si spiega l’aumento del tasso di occupazione nonostante una crescita stentata e, appunto, una produttività bloccata.
La tesi dei due autori è che per uscire da questa situazione sia necessario il contributo di tutti, facendo diventare la questione salariale un “interesse comune”, agendo su tutti i tasti: dalla contrattazione alla sperimentazione di un salario minimo legale, dal fisco “diseguale” alla formazione, dalla eccessiva frammentazione del lavoro alla crisi di rappresentatività di sindacati e associazioni di impresa, dall’economia sommersa alla carenza di investimenti, avendo chiaro che non esiste “una via legislativa allo sviluppo”. D’altra parte è certo che i salariati di oggi, senza un cambiamento radicale della tendenza, saranno i pensionati poveri di domani. Uno scenario preoccupante se solo si pensa che, secondo alcune stime, nel 2050 il 13 per cento della popolazione avrà più di 80 anni. Non abbiamo molto tempo per evitare di essere travolti dalla “questione salariale”.