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Manovra: Confindustria e sindacati sono i due grandi assenti

Imagoeconomica Sara MInelli

Nel dibattito sulla manovra economica 2019 ci sono due grandi assenti: la Confindustria e le organizzazioni sindacali e, più in generale, le cosiddette parti socialiche storicamente sono state rappresentate, nei fatti, dai due soggetti collettivi prima ricordati. Precisiamo. Non è che Cgil, Cisl e Uil abbiano deciso di non occuparsi di questi problemi o che la più importante Associazione degli imprenditori non abbia nulla da dire a proposito del nuovo corso politico del Paese (le parole più nette, adamantine e condivisibili le ha pronunciate Carlo Bonomi all’Assemblea dell’Assolombarda).

Il declino dei sindacati è più recente di quello della Confindustria, la quale non venne neppure invitata in occasione delle ultime trattative che, nella trascorsa legislatura, ebbero esiti importanti (raccolti nel verbale di sintesi del 28 settembre 2016) in materia previdenziale ed assistenziale (il pacchetto APE ebbe origine in quella circostanza). Confindustria e sindacati, di tanto in tanto, si sostengono tra loro stipulando qualche inutile accordo interconfederale sulla riforma dell’assetto della contrattazione collettiva col proposito di accontentare tutte le istanze e le propensioni che sussistono al proprio interno e, quindi, finendo per “rammendare le solite vecchie calze”.

Quanto ai sindacati, essi hanno perso iscritti, hanno visto impoverirsi le loro risorse; pur tuttavia ha ragione Gaetano Sateriale e rivendicare in un articolo su Il Diario del lavoro che: “La nostra vita, la nostra attività quotidiana è più ricca delle diatribe: nelle categorie come nelle strutture confederali, a Roma come nei territori. Un lavoro svolto da centinaia di quadri che produce migliaia di trattative e accordi unitari, e servizi erogati quotidianamente a migliaia di persone sole”. Ad essere venuto meno è il ruolo politico svolto dal sindacato italiano: quello che lo rendeva compartecipe e spesso codecisore delle grandi scelte di politica economica, ai tempi lontani della concertazione; solo titolare di un potere d’interdizione, negli anni successivi, una volta venuto meno il dialogo sociale.

Oggi, il governo agisce nei campi delicati della politica economica, del lavoro e sociale, come se i sindacati non esistessero; i loro dirigenti, però, sono pienamente consapevoli di non avere la forza di farsi ascoltare. “Abbiamo deciso di reagire – ha tuonato il 18 ottobre scorso Susanna Camusso – a una manovra di cui non capiamo il senso su futuro del Paese e crescita e qualità del lavoro, reagire costruendo un documento unitario di Cgil, Cisl e Uil che presenteremo agli esecutivi di lunedì prossimo (22 ottobre, ndr) per la sua approvazione e che sarà poi sottoposto alla discussione e al giudizio dei nostri delegati e lavoratori nelle assemblee”.

Nella successiva conferenza stampa di presentazione, i tre leader sindacali hanno minacciato una “mobilitazione” in mancanza di una convocazione. Pochi giorni dopo, tuttavia, la segretaria generale della Cgil, concludendo il congresso della Camera del Lavoro di Bologna, ha fornito una prova di onestà intellettuale: “Non è che il governo non voglia discutere con le parti sociali – ha affermato Camusso -. È che nega l’esistenza democratica della rappresentanza. Pensa che la rappresentanza non sia uno dei fattori fondamentali della democrazia di un paese”.

La numero uno della Cgil ha spiegato, poi, che” anche il rapporto con il Parlamento è segnato dall’idea che c’è un’unica rappresentanza incarnata dal contratto di governo e nient’altro”. E ha ribadito che se non ci sarà un confronto i sindacati dovranno essere netti nel dare una risposta. Ma ha subito aggiunto:” Dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi nel dire che non è scontato, dobbiamo lavorare seriamente se vogliamo che le masse ci seguano”. Poi le parole di fiducia e consolazione: “Al di là di come si sono spostati gli orientamenti elettorali, i lavoratori e i pensionati ci sono”.

Ma il dubbio rimane: li seguiranno i lavoratori, quegli stessi che, il 4 marzo, hanno votato per il M5S e la Lega? Ed è questa la domanda cruciale che sovrasta lo stesso congresso della Cgil. Un tema che ha ripreso anche Maurizio Landini – colui che quasi certamente prenderà il posto di Camusso – nel suo intervento conclusivo della Cgil di Milano. L’ex leader della Fiom ha raccontato ai delegati di essersi fermato, nei mesi scorsi, in un autogrill nei pressi di Pescara, dove era stato avvicinato da persone iscritte alla Cgil che avevano ammesso di aver votato per la Lega, ma che nello stesso tempo gli raccomandavano di tener duro anche nei confronti del governo giallo-verde.

Come a dire: nonostante tutto, noi possiamo continuare ad essere il sindacato che rappresenta quei lavoratori e i loro bisogni. Del resto,sono scomparsi o sono in via di estinzione quei partiti che–come protagonisti diretti o loro eredi – fondarono il patto di Roma prima, favorirono, poi, le scissioni che portarono, nel 1950, all’assetto confederale tradizionale. Che cosa dovrebbe fare la Cgil, nel nuovo contesto: suicidarsi? Coltivare le memorie? Resuscitare i morti?

Per capire il senso delle cose sarebbe bastato chiedere a quei lavoratori dell’autogrill come mai avevano deciso di votare per Salvini. La risposta sarebbe stata semplice: è il partito che con più decisione vuole abolire la riforma Fornero, come peraltro intende fare la stessa Cgil. Quanto al jobs act non sei stato tu, caro Landini, a dichiarare che ha tolto dei diritti fondamentali ai lavoratori e che non è una legge degna di un partito di sinistra? Certo Giggino Di Maio ci è andato pesante quando ha maledetto quel provvedimento, ma la sostanza della valutazione non cambia. Se non è zuppa – direbbe Antonio Di Pietro – è pan bagnato.

Vero, dunque. Tutto è cambiato. È bene che i morti seppelliscano i morti. La vita continua. Nel 1943, dopo il 25 luglio, bastò che il Governo Badoglio mandasse dei commissari (antifascisti) a liquidare le corporazioni. Poi tutte le sedi, le strutture e gli iscritti si ritrovarono a far parte di un sindacato unitario democratico e libero, la Cgil. I lavoratori poterono scegliere una nuova appartenenza tra quelle che venivano loro offerte dall’alto; più o meno le medesime che trovavano stampate sulle schede elettorali e nella lotta politica nella società.

Il 4 marzo si è verificato un processo inverso: sono stati i lavoratori che – in buona misura nella Cgil – hanno tratto le conseguenze politiche delle loro battaglie sindacali. Presto ne chiederanno conto anche nella composizione dei gruppi dirigenti, non tanto per la tessera che dovranno avere nel portafoglio, ma per le politiche che saranno tenuti a seguire. Come ha sostenuto Marco Bentivogli – un sindacalista anomalo – il populismo sindacale ha preceduto quello politico; lo ha alimentato, gli ha fornito degli argomenti e delle platee da conquistare.

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