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“La ragione e il buonsenso”: i mille perché dell’Italia bloccata

Imagoeconomica

“Resto del parere che esista una domanda potenziale molto grande di ragionevolezza nell’elettorato italiano, forse della maggioranza, che aspetta un’offerta adeguata (da parte di una forza politica)”. È questa, mi sembra, la frase-chiave scritta da Salvatore Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia ed attuale presidente di Telecom Italia, nel bel libro che raccoglie lo scambio epistolare da lui avuto nei mesi scorsi con l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. 

Dal confronto tra due persone che nel corso della loro vita lavorativa hanno potuto osservare da posizioni diverse, ma entrambe di prima fila, l’evolversi della crisi italiana, emergono con chiarezza gli errori commessi dalle classi dirigenti, le ragioni della nascita degli estremismi populisti e sovranisti, ma anche i segnali di resistenza e l’affacciarsi di forze che potrebbero ricondurre il nostro paese su un sentiero di crescita e di effettiva equità.

Da questa conversazione ne è scaturito un libro di piacevole e scorrevole lettura che fin dal titolo vuole rappresentare un raggio di speranza nel buio di una diffusa rassegnazione nei confronti di un inarrestabile declino economico ma anche civile e sociale, del nostro paese. È da pochi giorni in libreria, per le edizioni de Il Mulino, “La ragione e il buonsenso – Conversazione patriottica sull’Italia” che raccoglie le mail che i due autori si sono scambiati sui vari aspetti della società italiana allo scopo di mettere a fuoco le radici più antiche da cui origina la decadenza del nostro paese, le recenti risposte che sono state date dalla politica, ed alcune idee su come si può avviare un cambiamento di rotta.

“Basterebbe poco, pochissimo” afferma de Bortoli forse con un eccesso di ottimismo, auspicando la riscoperta da parte dei più di quel senso civico che dovrebbe spingere milioni di cittadini a fare un bagno di umiltà, che dovrebbe portare ciascuno ad impegnarsi per fare al meglio il proprio lavoro, e magari a dedicare qualche minuto al giorno alla cura del bene comune (dal tenere pulita una strada, a trattare con gentilezza e comprensione il nostro prossimo). 

Entrambi gli autori concordano sulla necessità di riscoprire il valore educativo della memoria. Ricordare la nostra storia, anche relativamente recente, potrebbe farci capire meglio da dove veniamo, e soprattutto apprezzare quell’impegno fatto di fatica e sacrifici che i nostri padri ed i nostri nonni hanno messo per conquistarsi un futuro migliore, di democrazia, di pace e di tranquillità economica.

I settantenni di oggi, quando erano bambini, hanno sentito dalla viva voce dai loro genitori o dai loro nonni, qual’era la vita all’inizio del secolo scorso, quando si doveva emigrare per sfuggire alla fame che ancora colpiva tante aree dell’ Italia. In questo la comunicazione e la scuola dovrebbero fare molto di più e molto meglio. Ma poi bisognerebbe andare più a fondo. Capire bene da dove nasce questa generale crisi di fiducia nei confronti del futuro, questa generale contestazione delle classi dirigenti, questa svalutazione della stessa idea della democrazia rappresentativa che, con tutti i suoi difetti, rimane comunque la forma di governo migliore tra tutte quelle che l’umanità ha finora sperimentato.

I due autori esaminano tanti aspetti del problema della stagnazione italiana: si va dal fatto che agli italiani la concorrenza non piace, forse perchè le lobby monopolistiche hanno impedito che se ne spiegassero bene i vantaggi, e quindi anche il merito è visto con diffidenza; all’Europa che è troppo economicista e non ha saputo dare ai cittadini visione politica; fino all’accumulo di debito pubblico ed al conflitto intergenerazionale che di fatto ha costretto i giovani più preparati ed intraprendenti a cercare la realizzazione delle proprie aspirazioni fuori dal paese. 

Una particolare attenzione è stata dedicata dai due autori alla cause del nanismo delle imprese italiane dove de Bortoli sembra propendere di più per le carenze culturali e politiche dei nostri imprenditori, specie quelli grandi, che alla prima occasione hanno venduto le loro aziende o sono fuggiti all’estero, mentre Rossi mette l’accento maggiormente sulle ragioni del contesto giuridico e politico italiano che sono state sempre contrarie al mercato ed alle imprese, in particolari quelle grandi.

Singolari le argomentazioni di de Bortoli riguardo alle scelte di Fca, accusata di non aver saputo gestire a partire dagli anni 80 del secolo scorso, la propria posizione di forza in Europa e quindi di aver gradualmente depauperato un patrimonio industriale del nostro paese. Ovviamente ci sono stati in Fiat gravi errori manageriali, ma non si può non ricordare che quando un manager come Marchionne si era impegnato a investire in Italia a patto che si migliorasse la produttività delle fabbriche e della filiera dei sub fornitori, il Corriere della Sera si schierò compatto contro quello che era ritenuto un attacco del padrone cattivo ai diritti dei lavoratori, contribuendo così a creare un clima di sospetto contro una indispensabile modernizzazione che venne ostacolata non solo da larga parte del mondo politico (anche la destra in Italia è contro l’impresa privata) ma anche dalla stessa Confindustria.

Di rilievo la presa di posizione di Salvatore Rossi già direttore generale della Banca d’ Italia, sull’inadeguatezza della vigilanza nei confronti delle banche che probabilmente è stata concausa di alcuni fallimenti delle aziende di credito avvenuti negli ultimi anni. La vigilanza – dice Rossi – ha badato soprattutto alla stabilità delle aziende di credito e molto meno alla tutela della correttezza dei rapporti con i depositanti e con i clienti. Con il risultato che questa mancata vigilanza di tutela, ha poi comportato anche una maggiore instabilità nelle banche specie quelle piccole e quelle popolari.

 Infine, le osservazioni dedicate al ruolo dell’informazione che da un lato con i social sfugge a qualsiasi filtro di riconoscibile responsabilità, e dall’altro si trasforma sempre più in spettacolo partecipando nei talk show ad una babele di falsi confronti che non nutrono le teste ma le stordiscono. La democrazia per poter funzionare con efficacia ha bisogno di cittadini informati e con una cultura adeguata al ragionamento ed un senso civico che non scaccia il buonsenso che, come diceva Manzoni, non deve essere costretto a nascondersi di fronte all’affermarsi di uno sfacciato senso comune basato sulle false notizie.

Il ruolo dei giornalisti rimane o dovrebbe rimanere, quello di un filtro professionale e credibile capace di raccontare e spiegare quello che accade. Ma i giornalisti hanno effettivamente onorato questo ruolo quando i quotidiani erano la principale fonte di informazione e dettavano l’agenda della politica e della società? Già allora c’erano molte deviazioni che oggi si sono accentuate dato che i giornalisti si sono trasformati in sostituti dei politici nei vari talk show mettendo così in discussione la credibilità della professione di intermediari tra potere e pubblico. 

Gli italiani appaiono restii ad affrontare il cambiamento. Hanno perso i benefici dell’ultima rivoluzione industriale, quella della information tecnology, perché non hanno voluto scendere in campo. Si è diffusa l’idea che il benessere sia stato conquistato dai nostri padri per sempre. Ed invece bisogna convincere i nostri concittadini che stare fermi significa andare indietro e che “il futuro non contiene solo minacce, ma anche promesse” l’importante è saperle cogliere. Altri paesi, non lontani da noi, ci sono riusciti, più o meno bene. Non si capisce perché noi non possiamo battere una strada basata proprio su quanto suggerito dal libro di de Bortoli e Rossi “La ragione e il buonsenso”. 

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