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Frequenze tv: una terza via tra beauty contest e asta

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Se ne parla da mesi, si vagliano le possibilità, si interviene e si torna indietro: beauty contest? Asta? L’assegnazione delle frequenze tv del cosiddetto “dividendo digitale interno”, ovvero ottenute grazie al passaggio al digitale terrestre, sta diventando un nodo molto spinoso per il Governo, stretto tra posizioni opposte. L’ultima scossa è arrivata dai tre ordini del giorno di Pd, IdV e Lega presentati alla Camera e accolti dal Governo.

Il più misurato, quello del Pd, chiede di valutare la fattibilità economica dell’asta, mentre gli altri due sono molto più decisi: la Lega – a firma dell’ex Ministro dell’Interno, Maroni – chiede di annullare il beauty contest. L’Italia dei Valori è andata oltre ed al Senato, dove ha anche un emendamento con l’obiettivo di introdurre la messa all’asta delle frequenze per via legislativa.

Al momento tutti gli scenari sono possibili e l’esito della vicenda è tutt’altro che scontato. L’unico risultato certo è che per ora il Ministro Passera ha fermato – anche se non ancora formalmente, uno specifico atto amministrativo del ministero dovrebbe arrivare a giorni – un beauty contest che, tra pochi giorni, avrebbe dovuto dare i suoi esiti.

Sono tre i nodi che il Governo Monti è chiamato a sciogliere: individuare un meccanismo di assegnazione in grado di assicurare un uso efficiente delle frequenze, assegnare alle stesse una corretta valorizzazione economica, introdurre meccanismi che portino alla liberazione di spettro da parte dei Ministeri (soprattutto da quello della Difesa).

Per sciogliere il primo nodo occorre fare chiarezza sullo strumento del beauty contest. Ovunque in Europa le frequenze TV sono state assegnate attraverso un beauty contest, la possibilità di utilizzare un meccanismo d’asta non è stata presa in considerazione, fino ad oggi, da nessun Paese. Un dato di fatto, ma il meccanismo sinora ipotizzato è un beauty contest parziale: garantisce, di fatto, che le frequenze siano assegnate agli operatori già presenti nel mercato della TV analogica e non introduce alcun meccanismo competitivo: non c’è un vero e proprio “contest”.

I criteri stabiliti per il beauty contest in questione, ovvero gli attuali impegni di copertura o la qualità del piano di marketing presentati dalle aziende, non sono sufficienti. Il beauty contest vero e proprio consiste infatti nella fissazione di un insieme vario di criteri (tecnici, di investimento, commerciali ma anche economici) con diversi punteggi e pesi,  fissati a priori. In un Paese che ha bisogno di sviluppo è necessario introdurre nuovi criteri di selezione, che siano più efficaci ai fini della politica industriale: in sostanza le aziende dovranno impegnarsi a investimenti minimi e alla creazione di nuovi posti di lavoro.

E’ stato già fatto in passato. Il beauty contest previsto nel 1994 per l’assegnazione del primo blocco di frequenze radiomobili vinto da Omnitel Pronto Italia (oggi Vodafone). Quel beauty contest potrà certamente essere utilizzato dal Governo.

Il secondo nodo è relativo all’assegnazione di una corretta valorizzazione economica alle frequenze. L’assegnazione gratuita delle frequenze, prevista dall’attuale beauty contest, ha scatenato in questi giorni un gran dibattito. Le molte perplessità sollevate appaiono in gran parte giustificate, ma occorre ricercare soluzioni che vadano oltre la mera introduzione di un meccanismo d’asta.

La sostituzione del beauty contest con un’asta “pura” (simile a quella utilizzata nella recente assegnazione delle frequenze LTE) o anche mista (come nel caso delle frequenze UMTS) non è in grado di portare ad una soluzione valida e in tempi rapidi. Significherebbe, come peraltro affermato anche dagli stessi sostenitori dell’asta, cambiare la struttura stessa del mercato televisivo italiano (pervenendo, ad esempio, ad una separazione tra rete e contenuti) e richiederebbe una riforma del mercato pubblicitario. Troppo complesso, troppo tardi: è necessario trovare una soluzione realistica, con buona pace dei teorici della materia.

La via più rapida ed efficace potrebbe essere l’introduzione di un valorizzazione economica nell’attuale beauty contest stesso, articolato su tre livelli:
1- L’introduzione di un criterio economico a cui viene dato il peso di almeno il 30% nell’assegnazione del punteggio con la presentazione di un’offerta in busta chiusa da parte delle aziende partecipanti. In questo modo le aziende baseranno la loro valorizzazione delle frequenze su stime di mercato e sul proprio modello di business (attuale e futuro), evitando, dunque, una sopravvalutazione. Peraltro un meccanismo del genere ridurrebbe il rischio di fenomeni collusivi;
2- L’adeguamento dell’attuale canone di concessione, ad oggi fissato a livelli troppo bassi. L’1% del fatturato per tutte le emittenti nazionali, pubbliche e private è un valore molto più basso sia in confronto con quello di altri Paesi che con quanto corrisposto da altre aziende, ad esempio gli operatori mobili, che utilizzano le frequenze. Si tratta di una misura che non sembra presentare problematiche insormontabili e peraltro si tratterebbe di una misura strutturale il cui beneficio sarà positivo per le casse dello stato anche nel lungo periodo;
3- L’inserimento di una clausola che, in caso di vendita delle frequenze successivamente al periodo di divieto (5 anni, fissati anche nell’attuale disciplinare di gara), preveda che una percentuale rilevante dell’extra valore realizzato sia restituita allo Stato;

La somma di questi tre criteri è sicuramente più sicura e, forse, in grado di ottenere risultati economici maggiori di quanto potrebbe realizzare un’asta con l’attuale struttura di mercato.

L’ultimo aspetto è senz’altro, sebbene non abbia ancora trovato un adeguato spazio nel dibattito di questi giorni, il più critico. L’introduzione di meccanismi che portino alla liberazione di spettro da parte di Ministeri appare ormai non rinviabile: l’assenza di un piano industriale per la gestione delle frequenze, negli anni assegnate per esempio al Ministero della Difesa ed al Ministero degli Interni, impedisce la valorizzazione di un bene tanto prezioso e scarso come le frequenze. La mancata liberazione di parte delle frequenze da parte del Ministero della Difesa – non utilizzate o sottoutilizzate, in maniera non efficiente – ha da sempre condizionato gli operatori attivi sul mercato radiomobile e, di fatto, nell’ultima gara LTE ha ridotto la possibilità di partecipazione di ulteriori operatori.

L’introduzione di meccanismi di Administrative Incentive Prices (AIP), già utilizzati in Gran Bretagna, che consistono, in sintesi, nella fissazione di prezzi incentivanti che tengano conto del costo-opportunità sotteso per l’utilizzo di frequenze non assegnate a mezzo di aste (ovvero la fissazione a valori molto vicini al valore di mercato), potrebbe portare ad un’ulteriore valorizzazione dello spettro ad oggi in mano pubblica, con conseguente maggiore ritorno per le casse del nostro Paese.

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