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De Felice (Intesa): “La recessione si può ancora evitare”

Imagoeconomica

“Le nostre previsioni per il Pil italiano sono in linea con quelle di Bruxelles: +0,2% per il 2019, con una risalita nel secondo semestre, mentre nel 2020 al momento ipotizziamo un +0,7%”. Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, fa il punto con FIRSTonline sullo stato di salute dell’economia italiana, in uno scenario internazionale in continua evoluzione e ricco di variabili politiche: il protezionismo, i rapporti commerciali Usa-Cina, quelli tra Usa e Ue soprattutto sul mercato automobilistico, Brexit, le elezioni europee di maggio. “Lo scenario è complesso: se devo sbilanciarmi oggi, dico che ci sono i segnali per una ripresa dell’economia italiana nel secondo semestre dell’anno, ma non è scontato. C’è un ampio margine di incertezza”.

Dottor De Felice, quali sono i fattori che farebbero intravedere un 2019 meno negativo per l’economia italiana?

“Intanto precisiamo che lo 0,2% che pronostichiamo, in linea con le stime della Commissione Ue, non sarebbe comunque un grande risultato ma solo una piccola inversione di tendenza, considerando che oggi siamo al -0,1%. Le variabili sono tante, soprattutto politiche, ma ad esempio ritengo che la guerra commerciale tra Usa e Cina stia andando risolvendosi, entrambe hanno capito che ci stanno rimettendo. Poi con Trump tutto può cambiare con un solo tweet, ma ad oggi l’indicazione è questa. Inoltre le recenti mosse delle banche centrali, la Fed e la Bce, hanno fatto capire che i due istituti stanno prendendo atto del rallentamento dell’economia globale e assumendo un atteggiamento più paziente. Draghi ha annunciato un nuovo Tltro e soprattutto ha bloccato i tassi fino al 2020, aggiungendo che qualcuno nel direttivo avrebbe voluto farlo addirittura fino a marzo 2021. Infine, sul fronte interno potrebbe arrivare uno stimolo ai consumi in seguito ad alcune riforme del Governo, come quella sul reddito di cittadinanza”.

Le variabili però potrebbero arrivare non solo da fattori esterni: secondo lei c’è la possibilità di una manovra correttiva?

“Secondo me sicuramente no fino alle elezioni europee, ma nemmeno dopo, quanto meno non prima dell’autunno. Intanto ad aprile vedremo il nuovo Def: ricordiamoci che il deficit che interessa all’Europa è quello strutturale, che tiene conto anche del rallentamento della crescita. Al momento comunque i mercati mi sembrano relativamente tranquilli, non vedo la necessità immediata di una correzione”.

Dopo le elezioni europee, però, le cose potrebbero cambiare.

“Mi limito a dire che i movimenti sovranisti sono diversi l’uno dall’altro, da Paese a Paese, e non credo che si uniranno formando una maggioranza al Parlamento europeo”.

I distretti industriali e le Pmi manifatturiere sono state in questi anni punti di forza dell’economia italiana: riusciranno a minimizzare gli effetti del cambio di ciclo o saranno tra i primi a pagare la gelata dell’economia?

“Se il ciclo internazionale peggiora, l’export ne è comunque influenzato. Oggi la crescita del commercio mondiale è inferiore a quella del Pil globale e questo non è un bene. Tuttavia i distretti, pur rallentando, continueranno ad avanzare e ad essere il nostro punto di forza: l’Italia, esclusi i beni energetici, è il quinto Paese al mondo e secondo in Europa dietro alla Germania per saldo commerciale. Dei 90 miliardi di surplus del 2018, ben 79 miliardi sono stati prodotti dal nostro capitalismo di territorio, o di filiera. Un’eccellenza che ci permette anche di essere il primo Paese al mondo per diversificazione dei beni esportati: se da un lato è vero che soffriamo per le dimensioni troppo piccole delle nostre aziende, dall’altro la nostra varietà industriale ci consente maggiore flessibilità e di rispondere meglio alla domanda estera. In fasi di rallentamento del commercio come quella che stiamo vivendo, questo consente di compensare le perdite in alcuni settori crescendo magari in altri”.

Tra i settori più in difficoltà, non solo in Italia, c’è quello dell’automobile.

“L’auto era cresciuta molto in passato, poi la nuova normativa sui motori diesel ha costretto i produttori ad adeguarsi strutturalmente e velocemente, e questo ha rallentato i tempi di consegna. Superata questa fase, il settore potrà riprendersi anche se sarà atteso dalla sfida dell’elettrico”.

Dal vostro Rapporto annuale sui distretti emerge tra le tante cose l’importanza dei capitali esteri per le filiere italiane. Non è vero dunque che le grandi multinazionali vengono qui a depredarci…

“E’ importante innanzitutto l’internazionalizzazione, e questo i nostri distretti lo hanno capito, spingendosi alla ricerca di mercati sempre più lontani: oggi rispetto al 2008 la distanza delle esportazioni è aumentata in media di 367 km, con uno sforzo notevole in particolare per i settori dei mobili e dei materiali da costruzione, che hanno allargato il loro raggio di vendita di oltre 700 km. E poi sì, abbiamo rilevato un ruolo fondamentale delle multinazionali, italiane e straniere. A volte ci sono stati casi di imprese predatrici, ma i dati ci confermano che i grandi gruppi esteri portano know how e investimenti. Penso soprattutto ai grandi gruppi francesi nella filiera del tessile e della moda. I casi negativi sono un’eccezione, alla quale magari si dà più enfasi”.

Quello che più manca al tessuto manifatturiero italiano sono appunto investimenti e innovazione. Cosa pensa del ridimensionamento del piano Industria 4.0?

“Che sicuramente la possibilità di fare più investimenti in innovazione aiuta, senza dimenticare l’importanza della formazione 4.0. Oltre al tema strutturale, c’è infatti anche quello di un gap di competenze. Le imprese che abbiamo analizzato nel Rapporto sui distretti faticano a trovare operai specializzati: nel 78% dei casi non trovano addetti con competenze legate alle tecnologie 4.0 e nel 35% dei casi si dichiarano imprese ‘con competenze digitali scarse’. Ritengo comunque che anche per quanto riguarda gli investimenti in innovazione saranno importanti i segnali di distensione sul fronte macroeconomico”.

Si può dunque dire che la forza del tessuto produttivo italiano è e deve essere quella di unire la tradizione del made in Italy con l’innovazione e l’internazionalizzazione?

“Certo. Se introduci innovazione su un prodotto tradizionale, lo migliori. Il cibo diventa più buono, il capo di abbigliamento più comodo da indossare, e così via. La ricetta del successo in fondo è molto semplice: un’azienda per essere competitiva deve produrre a costi bassi ed essere innovativa”.

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