L’introduzione dei nuovi dazi del 20% da parte degli Stati Uniti sui prodotti europei, in vigore dal 9 aprile prossimo, rischia di avere un impatto significativo sull’economia italiana. Secondo l’Istat sono 3.300 le aziende italiane che risultano particolarmente vulnerabili: quelle che producono e vendono farmaceutici, prodotti meccanici come turboreattori e turbopropulsori, gioielleria, cibo, vino, olio e mobili.
L’Italia è il terzo Paese europeo che esporta di più negli Stati Uniti, dietro alla Germania e all’Irlanda. Secondo l’Osservatorio economico sui mercati esteri del Governo, nel 2024 l’export italiano negli Usa ha superato i 64 miliardi di euro, con una crescita del 42% dal 2019 (l’anno prima del Covid) e un leggero calo rispetto al 2023. Il Centro studi Confindustria indica che le bevande (39% dell’export extra Ue), gli autoveicoli (30,7%) e la farmaceutica (30,7%) sono tra i comparti più esposti.
Per Confindustria i dazi potrebbero costare all’Italia fino 20 miliardi in due anni
Secondo gli economisti di Confindustria, che ieri hanno tagliato le stime sulla crescita del Pil, le guerre in corso e l’escalation protezionistica americana potrebbero costare al Paese fino 20 miliardi di euro in due anni. “La sfida europea è mantenere e aumentare la presenza di industria e lavoratori in Europa” è il commento di oggi del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. “Per fare questo occorre un piano straordinario su tre capitoli: investimenti, sburocratizzazione per eliminare i dazi interni, e recupero di competitività su fattori chiave quali l’energia. Contiamo su una risposta compatta e responsabile di tutte le forze politiche per arrivare ad un’azione che sia immediata e tangibile” ha concluso il leader degli industriali.
Tutta la filiera dei vini danneggiata: danni per 2 miliardi
Tra i comparti più colpiti emerge quello vinicolo: Federvini stima un danno potenziale per un settore che vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni e coinvolge 40 mila imprese e 450 mila lavoratori. “La misura avrà impatti rilevanti anche su consumatori e operatori oltreoceano: sono migliaia gli addetti delle società Usa coinvolti nell’importazione e distribuzione di questi prodotti, e l’aumento dei prezzi non sarà limitato ai dazi imposti, ma si estenderà a tutta la catena commerciale” evidenzia Federvini, mentre Coldiretti stima che i dazi costeranno alle cantine italiane 6 milioni al giorno. Federvini esprime profondo rammarico e forte preoccupazione per “una scelta che rappresenta un grave passo indietro nei princìpi di libero scambio internazionale e che danneggerà pesantemente l’interscambio transatlantico. Ci siamo già passati, e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli USA. Serve ora più che mai compattezza e determinazione da parte delle nostre istituzioni per contenere gli effetti devastanti di queste misure inutilmente protezionistiche e antistoriche”, dice la presidente di Federvini, Micaela Pallini. Dalle tavole dei consumatori statunitensi scompariranno molte etichette, non sostituibili da produzioni locali, mentre in Italia e in Europa si profila una grave crisi produttiva e occupazionale.
Il Parmigiano Reggeno potrebbe resistere meglio in quanto “premium”
Guardando ad altre eccellenze alimentari italiane, il presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano, Nicola Bertinelli, sottolinea che il formaggio emiliano potrebbe resistere meglio grazie al suo posizionamento premium, e ribadisce che i dazi danneggeranno soprattutto i consumatori americani, senza proteggere realmente i produttori locali. “La notizia non ci rende felici, ma il Parmigiano Reggiano è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente a una riduzione dei consumi”, dice Bertinelli. “Lavoreremo per cercare con la via negoziale di fare capire che un prodotto come il nostro che non è in reale concorrenza con i parmesan americani:si tratta di prodotti diversi che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti. Ci rimboccheremo le maniche per sostenere la domanda in quello che è il nostro primo mercato estero e che rappresenta oggi il 22,5% della quota export totale”, afferma. Il Parmigiano Reggiano copre circa il 7% del mercato dei formaggi duri a stelle e strisce e viene venduto a un prezzo più che doppio rispetto a quello dei parmesan locali. Oggi, conclude, il vero nemico dei produttori di latte non sono le loro controparti estere, ma i prodotti che vengono chiamati ‘latte’ o ‘formaggio’ pur non avendo alcuno legame con terra e animali, come i cibi a fermentazione cellulare”.
L’olio d’oliva avrà come concorrente principale la Turchia
La scure dei dazi di Trump colpirà anche l’olio di oliva ma, rispetto alla precedentemente amministrazione, non quella di un solo Paese, allora la Spagna, ma tutti. La differenza è sostanziale poiché, all’epoca, importatori e distributori hanno potuto reindirizzare i loro acquisti verso altri fornitori, prima fra tutti l’Italia. Oggi non è così. Gli Stati Uniti non sono autosufficienti per l’olio di oliva, avendo una produzione che copre a stento il 5% dei consumi (15-18 mila tonnellate la produzione e 350-360 mila tonnellate i consumi). Circa 330-340 mila tonnellate in arrivo negli States saranno quindi tassate alla fonte. Ma alcune nazioni escono meno ammaccate mentre altre sono più colpite. Spagna, Italia e Grecia (a cui sono stati imposti dazi del 20%) esportano olio di oliva negli Stati Uniti per circa 280 mila tonnellate, con la Spagna che è il primo esportatore con 130-150 mila tonnellate, seguita dall’Italia con 100 mila e dalla Grecia con 15-20 mila. E’ probabile che le quote di mercato perse da Spagna, Italia e Grecia vengano assorbite dalla Turchia, che ha una tassazione limitata al 10% e che ha un potenziale di export da 200 mila tonnellate di olio di oliva
Il rischio del proliferare dell’Italian sound: i tarocchi del Made in Italy
Su questa linea è anche Coldiretti, secondo cui il rincaro non si tradurrà solo in una perdita di vendite per le imprese italiane, ma anche nell’aggravarsi del fenomeno del cosiddetto “Italian sounding“, con la proliferazione di imitazioni dei prodotti Made in Italy, i prodotti ‘tarocchi’. Al calo delle vendite va poi aggiunto il danno in termini di deprezzamento delle produzioni, da calcolare filiera per filiera, legato all’eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati. Occorre ora lavorare a una soluzione diplomatica che venga portata avanti in sede europea, dice Coldiretti.
Le simulazioni di Svimez (l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) stimano che i dazi al 20% su agroalimentare, farmaceutica e chimica potrebbero ridurre le esportazioni italiane tra il 13,5% e il 16,4%. Il settore della moda e i mobili si difenderebbero meglio, con una possibile riduzione del -2,6%. Le regioni potrebbero essere colpite in modo differenziato dalle nuove tariffe. Per la Liguria, la Campania, il Molise e la Basilicata, gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato di sbocco. Mentre, in assoluto, sono Lombardia, Emilia Romagna e Toscana le regioni con più vendite oltreoceano (dati Istat 2023). Secondo la Cgia di Mestre, le regioni del Mezzogiorno – in particolare Sardegna, Molise e Sicilia – sarebbero le più a rischio, a causa della scarsa diversificazione delle loro esportazioni.
Per i brand più forti del lusso non cambierà molto
L’America è un attore enorme anche nella moda di lusso. Se i dazi colpiscono i prodotti di moda europei, non c’è dubbio che i prezzi aumenterebbero nel mercato statunitense. Si prevede che i beni di lusso personali da soli porteranno circa 83,3 miliardi di dollari di entrate nel 2025” dice la direttrice di 10 Magazine USA, Dora Fung. “I brand più forti come Hermès, Chanel, Louis Vuitton probabilmente staranno bene. La loro desiderabilità è così alta che gli aumenti dei prezzi non fermeranno necessariamente i loro clienti dall’acquisto; hanno già aumentato i loro prezzi ogni anno in modo costante, e i loro fan continuano a spendere”.
Il governo alla ricerca di partner diversi dagli Usa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, non è disposto a rinunciare all’obiettivo di raggiungere entro la fine della legislatura i 700 miliardi di euro di esportazioni, anche se con le tariffe oltreoceano la strada potrebbe essere in salita. E così, se da un lato resta la speranza nella ripresa del dialogo con gli Stati Uniti, dall’altro è chiaro che bisognerà cercare nuovi partner. Ieri al question time alla Camera ha detto di avere un piano d’azione per rafforzare le esportazioni italiane, focalizzandoci su tutti i mercati più promettenti. Tra questi figurano India, Messico, Brasile, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ma anche Paesi del Sud Est asiatico (Thailandia, Vietnam, Indonesia e Filippine), dell’Africa (Sudafrica e Algeria) e dell’Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). Verso questi mercati, considerati “ad alto potenziale”, si cercherà di accelerare la penetrazione delle esportazioni italiane attraverso finanziamenti agevolati, creazione di reti commerciali e servizi di supporto all’export. In parallelo si cercherà di consolidare la presenza italiana nei mercati tradizionali, a partire dalla Germania.
Le strategie di importatori ed esportatori. I timori di recessione negli Usa
Donald Trump ha insistito sul fatto che questi dazi non aumenteranno i prezzi per i consumatori americani e che se qualcuno ne pagherà il costo, saranno i Paesi stranieri. L’importatore Usa può scegliere di assorbire i costi, ma ciò inciderebbe sui suoi profitti. Alcuni importatori sostengono che il pagamento di dazi del 20-25% cancellerebbe completamente i loro margini di profitto e li metterebbe fuori mercato.
Se gli importatori non vogliono assorbire da soli il costo della tariffa, possono provare a costringere il fornitore che ha venduto loro la merce ad abbassare i prezzi per compensare il dazio. Oppure possono trasferire i costi ai propri clienti, sotto forma di prezzi più alti. Ogni caso è diverso, a seconda dell’influenza, più o meno grande, che un’azienda può esercitare sulle altre aziende. In ogni caso la guerra dei dazi sta alimentando i timori di recessione negli Stati Uniti: secondo gli analisti di Goldman Sachs la probabilità di recessione da qui ai prossimi 12 mesi è salita dal 20% al 35%.