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Beni confiscati alle mafie: patrimoni miliardari per le città, ma i sindaci sono lasciati soli

Al convegno dell’Anci a Napoli sono emerse le proposte per semplificare le procedure post-sequestro e rendere redditizi per la collettività i beni confiscati ai criminali

Beni confiscati alle mafie: patrimoni miliardari per le città, ma i sindaci sono lasciati soli

“I Comuni non possono essere lasciati soli a gestire i beni confiscati alla malavita organizzata, magari senza i fondi necessari”. Il vicepresidente dell’Anci Ciro Buonajuto, delegato ai beni confiscati alla malavita, esprime il desiderio dei sindaci di un cambio di passo nella legislazione e nella politica. Il convegno, che si è tenuto a Napoli, ha messo in luce le responsabilità locali per fare in modo che i patrimoni sequestrati a camorristi e mafiosi diventino risorse produttive per lo Stato. “La gestione dei beni è il problema più urgente da affrontare, perché la camorra è in grado di acquistare tanti beni quanti gliene vengono sottratti, ma la svolta culturale sta nel far funzionare quei beni, dandogli una nuova vita”.

Secondo i dati della Direzione investigativa antimafia (Dia), il valore dei beni confiscati alle mafie ha ormai superato i 10 miliardi di euro. Gli acquisti al patrimonio pubblico devono essere riorganizzati e resi disponibili per la collettività. Ci sono Regioni che non riescono a renderli fruibili, mentre altre ce la fanno. È una dicotomia che va risolta, perché i sequestri avvengono tanto al Sud quanto al Nord. La Campania, negli ultimi tempi, è diventata una delle Regioni più virtuose, con il Comune di Napoli che sta per adottare un regolamento per snellire la trafila burocratica. Ciò che manca però, è una connessione pratica tra le azioni delle forze dell’ordine e l’efficacia nella gestione dei beni. Nel 2021, ad esempio, tra le province di Napoli e Caserta, la Dia e la Guardia di Finanza hanno sequestrato immobili e aziende per un valore superiore ai 350 milioni di euro.

Il valore ambientale e sociale dei beni confiscati

Lo Stato porta a casa di tutto: case, terreni, alberghi, negozi, esercizi commerciali. La restituzione alla collettività per progetti pubblici, come case popolari, scuole e centri culturali, ha un valore sociale e ambientale che le persone delle aree contaminate dalla criminalità apprezzano e si aspettano. In queste aree, sono coinvolti anche l’associazionismo spontaneo e il Terzo settore. Ed è proprio al Terzo settore che il convegno di Napoli ha voluto dare un forte supporto affinché i beni confiscati possano rinascere, trasformandosi da simboli di illegalità a risorse per il bene comune. Molte ricerche sul riutilizzo dei beni hanno accertato il valore economico e ambientale dell’intervento dello Stato, specialmente quando ha contribuito a sanare abusi edilizi o paesaggistici. L’elenco dei pubblici amministratori corrotti che hanno concesso licenze e autorizzazioni abusive è lunghissimo.

Molte volte, la gestione viene affidata a soggetti che cercano valore e nuova occupazione. A febbraio, al ministero dell’Interno, è stata firmata una convenzione tra l’Agenzia per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) e l’Agenzia del Demanio. La convenzione, della durata di tre anni, ha lo scopo di favorire l’utilizzo da parte delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato e delle università statali degli immobili “illecitamente appartenuti e poi sottratti alle mafie”. Il documento prevede il reinserimento nel circuito dei servizi a favore della collettività di tutto ciò che è finito nelle mani dei giudici. Tra gli strumenti previsti, anche lo svolgimento di due diligence da parte dell’Agenzia del Demanio e la destinazione dei beni nella Piattaforma unica delle destinazioni (Pud) sviluppata dall’Anbsc. A distanza di due mesi, i sindaci, come potere pubblico più interessato a utilizzare i beni delle mafie, si trovano ancora soli di fronte a tanta ricchezza.

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