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Auto dazi: via alla stretta del 25%, il mercato accusa il colpo ma prova a resistere. Cosa ne sarà dell’automotive europeo?

Mercato dell'auto sotto il tiro dei dazi Usa

Il tanto decantato “Liberation Day” di Donald Trump è finalmente arrivato e, da oggi, le case automobilistiche europee devono fare i conti con i dazi del 25% sulle auto importate negli Stati Uniti. Il settore automotive sta cercando di limitare i danni e, anzi, di rialzare la testa, nonostante l’inevitabilità di un aumento dei costi per tutte le vetture europee vendute negli Usa. Ieri, il presidente Trump ha confermato le tariffe, che saranno applicate su tutte le auto importate non prodotte negli Stati Uniti. Sebbene la notizia fosse attesa da settimane e gli effetti negativi fossero già stati in parte scontati dal mercato, rimangono ancora da chiarire alcuni dettagli, come le eventuali riduzioni tariffarie per i prodotti importati da Messico e Canada che rispettino i parametri dell’Usmca (l’accordo di libero scambio tra i tre Paesi).

La reazione dei mercati: non c’è (per ora) il profondo rosso

Nel day-after l’annuncio dei dazi, il mercato automobilistico non ha registrato l’ecatombe temuta, ma la preoccupazione resta comunque alta. La reazione più moderata è in parte dovuta al fatto che le tariffe erano già state annunciate e non sono state aggiunte alle altre misure protezionistiche, mantenendo le aspettative relativamente stabili.

Le perdite iniziali sono così contenute: a Milano, Stellantis è anche riuscita a guadagnare lo 0,55%, per poi tornare appena sotto la parità. Pirelli e Brembo limitano il calo a meno dell’1%, mentre a Parigi, Renault ha scende dello 0,3%. Va peggio alle case automobilistiche tedesche, con Volkswagen giù dell’1,38%, Mercedes del 1,5% e Bmw lo 0,24%. Le case giapponesi, però, hanno registrato cali più consistenti, con Toyota che ha chiuso a -5,18% e Honda a -2,31%.

Resta da chiarire come i veicoli e i componenti provenienti da Messico e Canada, che rispettano i criteri dell’accordo Usmca, verranno esentati. Se questo accadrà, l’impatto sulle aziende più esposte, come Stellantis, Eurogroup, Brembo e Pirelli, potrebbe essere ridotto.

Preoccupazione in Europa, critica l’industria tedesca

Le preoccupazioni per i dazi sono forti in Europa, con la Germania, il paese più esposto sul mercato americano, che esprime il maggior disappunto. Hildegard Müller, presidente dell’Associazione dell’Industria dell’Auto tedesca, ha criticato aspramente la politica commerciale di Trump, definendo la sua strategia “America alone, non America first“. Secondo Müller, le nuove tariffe rappresentano un cambiamento radicale nella politica commerciale degli Stati Uniti e avranno un impatto devastante sull’industria automobilistica europea. Per Müller, “il protezionismo di Trump porterà solo perdenti” e l’Unione europea dovrà rispondere con una reazione forte e decisa, ma senza rinunciare al dialogo e alla disponibilità a trattare.

Anche oltreoceano c’è preoccupazione. Flavio Volpe, presidente dell’Automotive Parts Manufacturers’ Association (Apma), ha sottolineato che i margini di profitto nel settore automobilistico sono generalmente inferiori al 10%, e che dazi di tale portata non possono essere sostenuti senza gravi ripercussioni. Volpe ha avvertito che, se anche un solo fornitore importante dovesse ritirarsi, “l’intera filiera produttiva potrebbe fermarsi”. Linda Hasenfratz, presidente esecutivo di Linamar, una delle principali aziende di componenti automobilistici in Canada, ha avvertito che i dazi potrebbero paralizzare “l’intera industria automobilistica nordamericana” nel giro di pochi giorni.

Critiche anche dall’interno del paese. James Farley, ceo di Ford, ha dichiarato che le nuove tariffe porteranno “un aumento dei costi e genereranno caos nel settore”, mettendo in discussione la stabilità dell’intera industria.

Le prime conseguenze: Stellantis sospende produzione in Canada

Una delle prime conseguenze tangibili dei nuovi dazi è la sospensione della produzione nello stabilimento Stellantis di Windsor, in Canada, per due settimane a partire dal 7 aprile. Il sindacato Unifor Local 444 ha confermato la decisione, motivata da “molteplici fattori“, con l’annuncio delle tariffe di Trump che si è rivelato determinante. Lo stabilimento, che impiega circa 3.600 lavoratori, potrebbe scatenare effetti a catena sulla filiera automobilistica tra Stati Uniti, Canada e Messico.

Anche Volkswagen ha sospeso le spedizioni ferroviarie dal Messico verso gli Stati Uniti per rivedere la propria strategia, mentre Mercedes ha smentito le voci riguardanti una riduzione dell’offerta di modelli più economici.

Le possibili contromisure dell’Europa e dell’Italia

Per evitare di perdere competitività sul mercato americano, alcune case automobilistiche potrebbero valutare lo spostamento della produzione direttamente negli Stati Uniti. Questa soluzione comporterebbe investimenti elevati, ma non garantirebbe necessariamente margini di profitto adeguati, soprattutto nel breve periodo. Un’alternativa potrebbe essere un incremento della produzione in Messico e Canada, sfruttando i vantaggi offerti dell’Usmca, ma le incertezze legate alla politica commerciale Usa rendono anche questa strategia incerta.

L’Unione europea ha già chiarito che non rimarrà a guardare. Pur escludendo l’apertura di una guerra commerciale, Bruxelles si dice pronta a reagire con misure mirate. Parallelamente, la Commissione europea sta valutando nuove forme di sostegno per l’industria automobilistica, con incentivi specifici per accelerare la transizione verso l’elettrico e rafforzare la competitività dei produttori europei sul mercato globale.

Anche in Italia il governo sta studiando strategie per contenere l’impatto delle tariffe imposte da Washington. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha avviato un tavolo di confronto con le principali aziende del settore per elaborare misure di mitigazione. Tra le opzioni in discussione vi sono incentivi fiscali per le esportazioni e agevolazioni per il potenziamento dell’infrastruttura di ricarica, con l’obiettivo di favorire la diffusione di veicoli elettrici e migliorare la competitività dell’industria nazionale.

Ma quanto costeranno ore le auto europee negli Usa?

Le conseguenze dei dazi non si limiteranno ai produttori automobilistici, ma avranno ripercussioni anche sui consumatori statunitensi, che vedranno ridursi la disponibilità di vetture europee, soprattutto quelle caratterizzate da qualità costruttiva superiore e tecnologie avanzate. Alcuni marchi, come Ferrari, hanno già annunciato un aumento del 10% sui nuovi ordini effettuati dopo il 2 aprile, pur mantenendo gli obiettivi commerciali per il 2025.

L’introduzione dei dazi del 25% avrà un impatto diretto sulle tasche degli automobilisti americani, con aumenti compresi tra i 3.000 e i 12.000 dollari per unità. Tra i produttori più colpiti, spiccano i marchi tedeschi, che dominano l’export europeo verso gli Stati Uniti. Ad esempio, la Volkswagen Golf potrebbe vedere il suo prezzo superare i 38.000 dollari, mentre il Suv T-Roc potrebbe arrivare a 44.000 dollari. Ancora più marcato sarà l’effetto sulla Tiguan, che rischia di sfiorare i 65.000 dollari.

La Germania, il principale esportatore europeo di auto negli Usa, è il paese più esposto a questa misura, con circa due terzi delle vetture europee vendute oltreoceano che portano il marchio tedesco. I brand francesi e italiani, già meno presenti sul mercato statunitense, potrebbero veder sfumare le loro ambizioni di espansione. Renault, ad esempio, sta valutando se proseguire con i piani di rilancio del marchio Alpine in Nord America, mentre Citroën potrebbe definitivamente rinunciare a qualsiasi ipotesi di ritorno.

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Categories: Economia e Imprese