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Agroalimentare, De Castro: “L’accordo contro il commercio sleale non si tocca”

Imagoeconomica - Rocco Pettini

Gli agricoltori e gli operatori della filiera agroalimentare italiana possono ancora sperare.

Ieri sera a Strasburgo, città simbolo dell’Unione appena colpita da un nuovo attacco di terrorismo, il vicepresidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro ha tenuto la posizione sulla direttiva contro le pratiche commerciali sleali, al rush finale per l’approvazione. E al termine del quinto Trilogo con la Commissione e il Consiglio Ue ha rispedito al mittente una proposta della presidenza di turno austriaca, ritenendola insufficiente.

“Non intendiamo svendere l’accordo dopo oltre dieci anni di battaglie – ha dichiarato De Castro – Il Testo sul tavolo manca ancora di ambizione per poter sottoscrivere un compromesso. Oggi abbiamo fatto un altro passo avanti verso l’eliminazione delle pratiche commerciali sleali più dannose lungo la filiera alimentare. Però non siamo ancora pienamente soddisfatti. Il nodo da sciogliere resta la soglia di fatturato oltre la quale nessun operatore sarebbe più protetto”.

“La presidenza austriaca – ha aggiunto l’europarlamentare – era disposta a un compromesso di poco superiore ai 50 milioni di fatturato proposti dall’Esecutivo Ue, oltre i quali nessun operatore sarebbe più protetto. Abbiamo ancora gennaio per concludere i colloqui e faremo il massimo per ottenere l’intesa più ambiziosa possibile. I nostri agricoltori meritano un’ultima spinta per garantire che nessuno di loro venga lasciato indietro. I colloqui riprenderanno con la presidenza rumena”.

Il prossimo Trilogo è già stato calendarizzato mercoledì 16 gennaio. E da lì si tratterà di far passare prima di tutto una “black list” di comportamenti da vietare da parte degli acquirenti – in pratica, le grandi centrali di acquisto della grande distribuzione – nei confronti di agricoltori e imprese, private e cooperative. Onorevole De Castro, può spiegare qual è l’obiettivo di questa direttiva?

“Innanzitutto tutelare tutte quelle aziende che ancora oggi devono sobbarcarsi costi derivanti dalle pratiche ‘abusive’ praticate dalle grandi catene distributive: parliamo di pagamenti ritardati per i prodotti consegnati, cancellazione last-minute di accordi di fornitura per merce invenduta, doppie aste al ribasso, vendite sotto-costo e 3×2”.

Entrando nel dettaglio?
“La direttiva prevede che gli Stati membri dovranno proibire, in modo automatico, ritardi nei pagamenti per le forniture di prodotti deperibili oltre i 30 giorni, modifiche unilaterali e retroattive dei contratti di fornitura, cancellazione di ordini di prodotti deperibili con breve preavviso, pagamenti per il deterioramento dei prodotti già venduti e consegnati all’acquirente. Inoltre, qualora non ci fosse accordo tra le parti, gli Stati dovranno proibire la restituzione dei prodotti invenduti, nonché pagamenti per poter diventare fornitore, per spese promozionali e pubblicitarie”.

Cosa ha impedito finora di approvare una legge comunitaria in tal senso?
“Purtroppo i falchi e le lobby ultraliberiste che da dieci anni si oppongono all’introduzione di regole commerciali più eque e trasparenti continuano a remare contro le richieste dei nostri agricoltori e dei consumatori. Si tratta di difendere standard di benessere, della qualità, dell’ambiente e degli animali che contribuiscono a garantire prodotti unici in tutto il mondo”.

In Italia, in effetti, se ne parla da anni. E la direttiva che state cercando di approvare incontra le richieste avanzate dalle organizzazioni agricole e cooperative, ma anche dalla distribuzione italiana, distinta dal resto dei retail europei, e che è già stata espressa da Federdistribuzione.
“Vero. Del resto, solo facendo squadra si possono superare gli ultimi ostacoli in favore di una normativa che metta fine alle pratiche sleali”.

Quali altri punti qualificanti prevede la direttiva?
“Singole imprese o associazioni potranno denunciare comportamenti scorretti, rivolgendosi anche in modo anonimo a un’Autorità di garanzia nazionale. Un’Authority che entro 60 giorno dalla denuncia dovrà far scattare le indagini. E arrivare a far pagare pesanti sanzioni a chi sgarra”.

E poi?
“La direttiva sarà applicata non solo ai prodotti alimentari, ma a tutti i prodotti agricoli, tra cui cotone, fiori, tabacco, e a tutti gli acquirenti, anche extra-Ue. Inoltre è previsto l’inserimento di un termine di pagamento anche per i prodotti non deperibili, come zucchero e riso, a 60 giorni dalla data di fornitura”.

Purtroppo cinque triloghi tra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue non sono bastati, finora, a chiudere la partita.

“Il nodo più difficile da sciogliere resta la soglia di fatturato delle imprese che potranno essere tutelate. Il nostro obiettivo è che la direttiva possa essere applicata non solo alle piccole e medie aziende sotto i 50 milioni di fatturato, come proposto dalla Commissione, ma anche a quelle più dimensionate. In Italia quelle con 50 milioni e circa 250 dipendenti rappresentano la metà del totale. Noi vorremmo arrivare a tutelare anche le altre”.

Con l’articolo 62 del decreto legge 1/2012, l’Italia aveva già provato a regolamentare i rapporti tra fornitori e grande distribuzione.

“Sì, un’ottima legge, ma che in sei anni di applicazione ha individuato, a mia memoria, un solo caso di pratica sleale. E questo diversamente da Francia, Spagna e Regno Unito, dove ogni anno, in base a loro leggi nazionali, vengono individuate decine di pratiche sleali, con un positivo effetto deterrenza”.

La direttiva contro le pratiche sleali rappresenta un cavallo di battaglia che state portando avanti al Parlamento europeo.

“Un obiettivo evidenziato da uno studio commissionato dalla commissione Agricoltura del Parlamento all’Università di Nantes e di Bari sulle regole di concorrenza per la filiera agroalimentare nella Pac post 2020. E lo studio, in pratica, ha indicato proprio la necessità di allargare il divieto di comportamenti sleali nei confronti di tutti gli attori della filiera, indipendentemente dalla loro dimensione”.

La Politica agricola comune (Pac) vale circa 53 miliardi di euro l’anno, pari al 37% del bilancio Ue. Risorse che vanno non solo ai circa 10 milioni di agricoltori dell’Unione, ma indirettamente anche a beneficio di tutti i cittadini europei, una platea di 500 milioni di persone.

“La quinta grande riforma della Pac, chiusa nel 2013 ed entrata in vigore nel 2015, ormai è in scadenza ed entro il 2020 ne dovrà essere adottata una nuova. Con meno risorse, però, perché nel frattempo la coperta si è ristretta per tutti”.

“Nell’ambito del quadro finanziario pluriennale di bilancio 2021-27 il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri di aumentare dello 0,3% del Pil – dall’1% indicato dalla Commissione all’1,3% – il contributo per
compensare, e pagare, le future politiche agricole. Un ‘treno’ al quale si agganciano anche risorse per la gestione dei flussi migratori, la ricerca, i programmi Erasmus”.

Ma la proposta di aumento dello 0,1% del Pil avanzata dalla Commissione non basterebbe a compensare i tagli finanziari necessari per i sette anni della nuova programmazione.

“Il problema è che se gli Stati membri non saranno disposti a pagare quell’incremento dello 0,3% i tagli al budget agricolo saranno inevitabili. Le stime indicano una riduzione di 12-13 miliardi l’anno: in termini percentuali parliamo di 5-10% in meno sul fronte dei pagamento diretti, il cosiddetto primo pilastro della Pac, e di un 15-20% in meno per lo Sviluppo rurale, il secondo pilastro”.

A tutto ciò, in prospettiva, si aggiungerebbe il danno al bilancio comunitario provocato dalla Brexit.

“Non dimentichiamo che l’Italia attualmente esporta prodotti alimentari e bevande in Gran Bretagna, quarto mercato di sbocco, per circa 3,5 miliardi di euro. E le nostre Denominazioni di origine rappresentano un terzo delle vendite totali. Senza un accordo con l’Ue, dal 29 marzo 2019 il Regno Unito diventerà un Paese terzo. E per l’agroalimentare made in Italy le stime indicano una perdita di circa 12 miliardi netti l’anno”.

Il regolamento Omnibus, frutto della revisione intermedia della Pac 2014-20 e in vigore dall’1 gennaio 2018, rappresenta un passo fondamentale per rafforzare il ruolo contrattuale sul mercato degli agricoltori aderenti a organizzazioni, associazioni e consorzi.

“Non solo. La Corte di giustizia Ue, con una propria decisione, ha seguito questo orientamento perseguito dal Parlamento, sancendo in pratica che la Pac ha un ruolo superiore alle regole sulla concorrenza. Un’arma potentissima consegnata ai consorzi e a tutto il sistema associativo”.

De Castro, del resto, è uno che guarda avanti anche quando gli obiettivi sembrano lontani. Vent’anni fa era già ministro delle Politiche agricole e mentre stava negoziando una riforma di settore in salita, se non ostile per gli interessi dell’Italia, l’allora presidente del Consiglio lo definì “un mastino”. La partita si chiuse con una vittoria per il nostro Paese, conciliando la disponibilità di poche risorse finanziarie con una crescita armonica del settore agroalimentare.

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