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Fabi: -76 miliardi di Npl in due anni. “Ue non forzi la mano”

Un rapporto del sindacato dei bancari evidenzia che la massa di crediti deteriorati detenuta dalle banche italiane è diminuita da 360 miliardi (2015) a 284 miliardi (2017) – Giovedì il Consiglio Ue discuterà della proposta di Francia e Germania che va nella direzione di una stretta regolatoria sulla pulizia dei bilanci.

Fabi: -76 miliardi di Npl in due anni. “Ue non forzi la mano”

Le sofferenze delle banche italiane sono calate di quasi 76 miliardi di euro negli ultimi due anni, nell’ambito di un percorso che sta progressivamente riportando il settore alla redditività, anche grazie al calo degli accantonamenti. La massa di crediti deteriorati, secondo un rapporto della Fabi, la Federazione autonoma bancari italiani, è diminuita da 360 miliardi (2015) a 284 miliardi (2017) e ulteriori riduzioni sono già previste da tutti i piani industriali presentati dalle banche, che indicano, per il periodo 2018-2020, una discesa dei non performing loan (npl) di oltre il 38%.

Ne consegue che – secondo Fabi – una nuova stretta normativa da parte dell’Unione europea danneggerebbe le banche del Sud Europa e le italiane in particolare: questo perché, secondo Fabi, i livelli attuali di npl del settore bancario del Paese sono più che doppi rispetto alle sollecitazioni che si vorrebbero imporre. Anche questa considerazione, che suona quasi come un allarme, emerge dal rapporto del principale sindacato del settore bancario, diffuso proprio alla vigilia del Consiglio europeo in programma domani che discuterà tra le varie cose, nell’ambito del negoziato sull’Unione bancaria, la proposta, avanzata da Germania e Francia, di una forzatura regolatoria sulla pulizia dei bilanci delle aziende creditizie. Il tema sarà già oggi, martedì, al centro della riunione della Vigilanza della Bce, in attesa del confronto di Bruxelles che evidentemente non sarà incentrato solo sul tema dei migranti.

Mentre infatti nei portafogli dei colossi europei, assai meno osservati da parte dei regolatori – insiste il report della Fabi – è fortissimo il peso di asset finanziari ad alto rischio: sul totale degli attivi bancari, i derivati pesano il 17% in Inghilterra, il 16% in Francia e Germania contro il 9% dell’Italia. “Imporre vendite sotto pressione di crediti deteriorati favorisce il mercato degli speculatori, danneggiando le aziende bancarie e i loro lavoratori che hanno già contribuito al risanamento del settore”, commenta il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, secondo il quale “la Bce e i regolatori Ue dovrebbero preoccuparsi non solo del rischio di credito rappresentato dagli npl, stoppando la controproducente e ossessiva pulizia dei bilanci, ma anche delle minacce insite nelle banche del Nord Europa”.

La proposta franco-tedesca, nel dettaglio, è volta a ridurre le sofferenze lorde e nette rispettivamente al 5% e al 2,5% del totale degli impieghi. Ma Fabi nel suo rapporto insiste nel sostenere che “una nuova stretta normativa dettata dall’ossessione della solidità a ogni costo, anche in un contesto di ripresa economica e di forte e fisiologico decremento dello stock di sofferenze e dei nuovi flussi in ingresso, ha un sapore anti-ciclico pericoloso. Proprio ora che il sistema bancario italiano ha ritrovato la strada della redditività grazie al calo drastico dei nuovi accantonamenti e al calo forte dello stock di crediti deteriorati”. I dati chiariscono il quadro: dal 2015, picco della crescita delle sofferenze, al 2017 i crediti deteriorati lordi nei bilanci delle banche italiane sono scesi di ben 76 miliardi con un calo del 21% sui 360 miliardi del 2015; a fine 2017 il rapporto tra crediti deteriorati lordi e impieghi si collocava al 14% rispetto al 18% di due anni prima.

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