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Catalogna rebus, indipendenza sì ma forse no: che succede ora?

11 ottobre 2017 - 06:08  di Vittoria Patanè
La Catalogna resta nel caos: il presidente Puigdemont proclama formalmente l'indipendenza che però resta congelata e forse si allontana - Oggi la risposta ufficiale del premier Rajoy - Il Governo applicherà l'articolo 155 della Costituzione e commissarierà la Regione? Pesantissimi i danni economici per i catalani
Le parole pronunciate ieri in Parlamento dal Presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont hanno causato una sorta di paradosso: l’indipendenza è stata proclamata, ma la Catalogna si è ulteriormente allontanata dalla secessione. E non solo perché il Governatore ha chiesto al Parlamento di Barcellona di sospendere gli effetti della dichiarazione allo scopo di aprire nuovi negoziati con Madrid, ma soprattutto perché ha dato a Mariano Rajoy un motivo valido per agire e utilizzare tutti i mezzi legislativi necessari per placare ogni velleità secessionista dei dirigenti catalani. Il Primo Ministro d’altronde lo aveva avvertito: se Puigdemont avesse anche solo osato pronunciare la parola “indipendenza”, la Moncloa avrebbe reagito con veemenza.

Nonostante la solennità che il leader di "Junts Pel Sì" ha cercato di conferire al suo discorso, i fatti al momento dicono un’altra cosa: la dichiarazione di indipendenza pronunciata ieri non ha alcuna validità legale come non ce l’hanno le basi sulle quali si fonda: vale a dire un referendum che il Governo e i giudici spagnoli hanno più volte ribadito essere privo di qualsiasi valore legislativo e costituzionale. Quei numeri che gli indipendentisti citano come prova del successo referendario testimoniano in realtà che, nonostante il Sì abbia vinto con il 90,18% dei voti, solo il 38% degli aventi diritto (poco più di due milioni di persone su un totale di 7,5 milioni) è andato a votare, una cifra che non sarebbe bastata nemmeno se la consultazione fosse stata legittima.

Mariano Rajoy, pur avendo pesanti responsabilità sulla deflagrazione della crisi catalana, adesso sembra avere il coltello dalla parte del manico e consapevole di ciò, si presenterà oggi di fronte dal Congresso dei deputati per ufficializzare la reazione del Governo. Prima però, alle 9.00, si terrà una riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri. 

Dalla sua non solo le manifestazioni di domenica scorsa che hanno rinvigorito la causa unionista e la legge, ma anche e soprattutto i primi sconquassi economici che la volontà indipendentista catalana sta comportando. La minaccia secessionista rischia i di mettere in ginocchio non solo Barcellona, ma anche Madrid (e gli effetti in Borsa sono già sotto gli occhi di tutti). Da ogni dove piovono moniti sui rischi per l’economia dell’intero Paese, mentre imprese e banche continuano ad abbandonare la Catalogna alla ricerca di un porto più sicuro. Dal 1°ottobre sono moltissime le grandi aziende che hanno spostato la loro sede legale in altre città della Spagna per salvarsi dall’instabilità e dalle conseguenze di una dichiarazione di indipendenza. Come spiega El Pais: “Sei delle sette società catalane quotate sullo Spanish stock exchange hanno già deciso di emigrare, comprese le due banche più grandi: Caixabank e Sabadell. Due importanti aziende vinicole fortemente legate alla Catalogna, Freixenet e Codorniù, stanno pensando di andarsene”. Un vero e proprio esodo che potrebbe minare quell’egemonia economica costruita nel corso degli ultimi decenni su cui Barcellona ha edificato parte della propria volontà indipendentista: una sola regione che, da sola, vale il 20% del Pil spagnolo e il 23% della produzione industriale.

Senza contare la contrarietà espressa da tutti i più importanti leader europei, che nel corso degli ultimi giorni hanno auspicato in coro una soluzione condivisa da ambo le parti, ribadendo però che in Europa non c’è spazio per la Repubblica della Catalogna e che la Ue continua ad avere un unico interlocutore nell’ambito della crisi e cioè il Governo spagnolo.

Cosa succederà adesso? Nonostante siano in molti ad auspicare una soluzione pacifica che possa da un lato scongiurare la separazione della Catalogna dalla Spagna e dall’altro concedere a Barcellona quella parte di autonomia (fiscale ed economica) in più che chiede da anni, al momento pare che Rajoy sia ancora deciso a proseguire sulla “linea dura”.

A questo punto dunque sembra avvicinarsi sempre di più la prospettiva dell’applicazione dell’ormai fantomatico articolo 155 della Costituzione che permette al Governo di sospendere l'autonomia catalana e il suo presidente, dando de facto a Madrid il controllo dell’intera regione. Non solo, in base a quanto previsto si potrebbe anche sciogliere il parlamento di Barcellona e convocare elezioni anticipate. L’articolo non è mai stato messo in pratica nella storia spagnola e potrebbe avere degli effetti pesantissimi sul futuro dei rapporti tra regione e lo Stato centrale. 

Puigdemont rischia addirittura la prigione e i precedenti non sono dalla sua parte: nel 1934 il suo omologo Lluis Companys proclamò la "repubblica catalana". Durò 11 ore. Poi arrivò l’esercito che arrestò, processò e condannò il leader secessionista a 30 anni di galera. I franchisti lo fucilarono nel 1940.

Il Presidente della Generalitat, insieme ai suoi ministri, è già indagato per disobbedienza, abuso di potere e presunte malversazioni a causa della convocazione del referendum e rischia di essere incriminato per “ribellione”.

Rajoy, dal canto suo, deve comunque procedere con cautela. Gli occhi del mondo sono puntati su di lui e nuove immagini di violenza in Catalogna potrebbero minare la causa unionista, nonostante la legalità su cui si fonda.


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