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Pensioni: stop all'aumento a 67 anni. Idea Ape Social per le donne

12 luglio 2017 - 16:05  di Carlo Musilli
Proposta bipartisan Damiano-Sacconi per disinnescare l'aumento dell'età pensionabile a 67 anni previsto per il 2019 - Intanto, è allo studio un modo per mandare in pensione anticipata le donne che hanno svolto "lavori di cura" non retribuiti
Stop all’innalzamento dell’età pensionabile e nuove soluzioni per garantire una pensione anticipata alle donne occupate in “lavori di cura” non retribuiti. Sono questi i due fronti su cui si sta muovendo il Parlamento in vista di un’ulteriore revisione della legge Fornero.

ETÀ PENSIONABILE E SPERANZA DI VITA: COME FUNZIONA L’ADEGUAMENTO

La novità più clamorosa riguarda l’accordo bipartisan per modificare il meccanismo che oggi fa salire in modo automatico l’età pensionabile per adeguarla alle previsioni Istat sulla speranza di vita. Si vive più a lungo – è il ragionamento – quindi si va in pensione più tardi.

Finora questo tipo di innalzamento è scattato due volte: nel 2011 (+3 mesi nel triennio 2013-2015) e l’anno scorso (+4 mesi nel 2016- 2018). Con le regole in vigore (che prevedono una revisione triennale fino al 2021 e biennale da quell’anno in poi) l’età per la pensione, oggi a 66 anni e 7 mesi, dovrebbe salire secondo questo schema

- 67 anni nel 2019;
- 67 anni e 3 mesi nel 2021;
- 68 anni e 1 mese nel 2031;
- 68 anni e 11 mesi nel 2041;
- 69 anni e 9 mesi nel 2051.

IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI

Con questi aumenti l’Italia diventerebbe un caso isolato in Europa. Il confronto con l’età pensionabile di altri Paesi, infatti, è impietoso:

- in Austria 65 anni per gli uomini e 60 per le donne;
- in Belgio e in Danimarca 65 anni per tutti;
- nel Regno Unito 65 anni;
- in Germania 67 anni solo dal 2029.

LA PROPOSTA DAMIANO-SACCONI

Anche per questo, con la prossima legge di Bilancio, il Governo intende bloccare gli aumenti automatici, o quantomeno rivederne le regole. La proposta è arrivata – su sollecitazione dei sindacati – da Cesare Damiano (Pd) e Maurizio Sacconi (Epi), due ex ministri del Lavoro e attualmente presidenti delle commissioni Lavoro rispettivamente di Camera e Senato. L’idea è allungare i tempi fra un adeguamento e l’altro, portandolo ad esempio a cinque anni. La priorità, in ogni caso, è rimandare lo scatto previsto per il 2019: significherebbe mandare in pensione 300mila persone in più l’anno e costerebbe fra 1,2 e 1,5 miliardi l’anno.

A livello politico, l’accordo sorprende soprattutto perché in passato Sacconi ha realizzato (o appoggiato) diversi innalzamenti dell’età pensionabile nei governi Berlusconi e poi anche questo stesso meccanismo di adeguamento nel 2009.

A quanto pare, ora ha cambiato idea: “Occorre tornare a una logica di umanità – dice – troppa logica tecnocratica ci ha portato oltre, producendo una vera condizione emergenziale”.

Secondo Damiano, bisogna “affrontare tempestivamente in termini unitari questo argomento molto caldo, che riguarda la vita dei cittadini”, anche perché “è estremamente contraddittorio” fare prima una battaglia per la flessibilità in uscita con l’introduzione dell’Ape e poi alzare automaticamente l’età per la pensione.

NOVITÀ PER LA PENSIONE DELLE DONNE

A proposito di Ape, spunta l’idea d’introdurre una corsia preferenziale per l’accesso alla versione social dell’anticipo pensionistico. A beneficiarne sarebbero le donne che hanno svolto “lavori di cura” non retribuiti per andare incontro a esigenze familiari.

In alternativa, questa stessa categoria potrebbe accedere alla pensione anticipata sfruttando contributi figurativi, cioè periodi assicurativi accreditati gratuitamente dallo Stato in assenza di versamenti contributivi da parte di alcuni lavoratori da tutelare.

Una terza opzione prevede il potenziamento di una norma già prevista dalla riforma Dini, che ha introdotto il sistema contributivo ma ha anche concesso alle lavoratrici madri uno sconto sull’età pensionabile di 4 mesi per ogni figlio, fino a un anticipo massimo di un anno.

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