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Gli Emirati Arabi e le zone speciali per attrarre investimenti

1 maggio 2017 - 07:00  di Guido Michieletto
In EAU, Oman e Qatar la crescita economica non legata agli idrocarburi è sostenuta da fondi sovrani e riforme particolarmente favorevoli agli IDE come la creazione di zone economiche speciali, sgravi fiscali e agevolazioni, nonchè la protezione degli investitori di minoranza e il rispetto dei contratti.
Con un PIL stimato pari a poco più di 370 miliardi di dollari nel 2016, gli Emirati Arabi Uniti rappresentano, dopo l’Arabia Saudita, la seconda economia tra i Paesi del Golfo. Il reddito medio della popolazione (9,6 abitanti dei quali circa l’80% non nativi) è superiore ai 67.000 dollari e colloca gli EAU tra i paesi ad alto reddito a livello mondiale. Sebbene il settore idrocarburi resti di cruciale importanza, l’economia degli Emirati è la più diversificata della regione. I principali emirati che formato gli EAU, Abu Dhabi e Dubai, si sono dotati di un avanzato sistema di infrastrutture e servizi che li hanno resi attrattivi sia per le attività delle società straniere che guardano ai mercati del Medio Oriente sia per i flussi turistici, commerciali e finanziari. La crescita della parte non idrocarburi dell’economia è stata sostenuta da una serie di riforme che hanno creato condizioni particolarmente favorevoli per gli investimenti esteri. Infatti, il Paese si colloca al 36° posto nella classifica 2017 Doing Business della Banca Mondiale, e garantisce una buona protezione agli investitori di minoranza e del rispetto dei contratti. Il Paese è inoltre al 16° posto nella classifica 2016-17 del World Economic Forum sulla competitività.

Negli ultimi anni gli EAU, grazie ai flussi finanziari generati dalle esportazioni di petrolio, hanno accantonato consistenti risorse nei Fondi Sovrani che a fine 2016 mostravano una capitalizzazione complessiva superiore ai 1.250 mld. Questo ammontare di risorse, oltre ad aver contribuito al processo di diversificazione sostenendo lo sviluppo delle infrastrutture del Paese, ha permesso l’acquisizione di importanti partecipazioni in società estere quotate dei mercati più avanzati. La Banca Centrale prevede che la crescita della parte non idrocarburi accelererà al 2,9% nel corso di quest’anno e al 3,8% nel 2018, trainando la crescita complessiva del Paese. L’economia verrà inoltre sostenuta dagli investimenti di Dubai, in vista dell’EXPO 2020 e dal programma di investimenti di Abu Dhabi in infrastrutture di trasporto, generazione, trattamento acque e nello sviluppo di aree di insediamento abitativo e industriale. Gli investimenti previsti, pari a 85 mld, sono finalizzati a ridurre la dipendenza dell’economia dal petrolio e raggiungere gli obiettivi di diversificazione indicati nel piano pluriennale Vision 2030.

Gli scambi commerciali multilaterali degli EAU hanno raggiunto lo scorso anno i 529 mld, in lieve recupero (+0,9%) sul 2015, su cui ha pesato la congiuntura meno favorevole del mercato degli idrocarburi. Le esportazioni pari a quasi 299 mld, sono calate dello 0,6%, mentre le importazioni, pari a 230 mld sono aumentate del 2,9%. In questo contesto l’interscambio con l’Italia è stato di circa 6,4 mld (-9,5%), di cui le importazioni (947 mln) sono costituite prevalentemente da metalli, prodotti petroliferi raffinati, mezzi di trasporto, gomma plastica e prodotti chimici. Le esportazioni, pari a circa 5,4 mld, sono date da macchinari meccanici, apparecchi elettrici, manufatti vari (articoli di gioielleria), tessile abbigliamento e metalli. E in un mercato dove sono presenti circa 40 zone economiche speciali e di libero scambio, dove vengono garantite agevolazioni fiscali e burocratiche alle imprese straniere, oltre che esenzioni per insediamento e partecipazione alle gare d’appalto, gli IDE italiani al 2014 erano pari a oltre 7 mld. Si contano 175 imprese italiane, operanti nei settori energetico, costruzioni e trasporti.

In questo scenario l’Oman, pur essendo membro del Gruppo di Cooperazione dei Paesi del Golfo (GCC), mantiene un atteggiamento di neutralità ed indipendenza in politica estera. Nel decennio 2006-2015 ha registrato un tasso di crescita medio annuo dell’economia del 4,8%, in linea con quello medio dei paesi del Gruppo GCC, dove la parte non idrocarburi è cresciuta a un passo medio del 5,6%, pari a più del doppio di quello dei settori dipendenti dal petrolio e dal gas. Secondo i dati riportati dal Centro Studi e Ricerche Intesa Sanpaolo, le produzioni di gas e petrolio hanno registrato una crescita del 2.6% in termini reali nel 2016. Allo stesso tempo, il PIL non idrocarburi è aumentato di un modesto 0,5%: il tasso di crescita dell’intera economia avrebbe così frenato all’1,8%, il tasso più contenuto dal 2011. Gli analisti indicano una crescita del PIL dell’1,3% nel 2017, grazie all’accelerazione della parte non idrocarburi (+2,5%) che bilancerà l’atteso apporto negativo degli idrocarburi (-1%).

Infine il Qatar, con un PIL stimato pari a 157 miliardi di dollari nel 2016, è la terza economia del Gruppo GCC. La popolazione nativa è contenuta (circa 0,4 milioni) a cui si aggiungono 2,2 mln di immigrati. Il reddito pro-capite (quasi 130.000 dollari nel 2016 alla parità dei poteri di acquisto) è tra i più alti al mondo, sottolineato dal fatto che nell’ultimo decennio il Qatar è stato uno dei Paesi con la più alta crescita economica (+12,4% nel periodo 2006-15). La componente idrocarburi è aumentata mediamente di +8,8%, grazie allo sfruttamento delle ampie riserve di gas; nello stesso periodo la parte non-idrocarburi è cresciuta maggiormente (media di +15,7% in termini reali), spinta principalmente dalla spesa in infrastrutture. E, come in altri Paesi GCC, gli ampi surplus nella parte corrente della Bilancia dei Pagamenti hanno permesso l’accumulo di consistenti risorse nei Fondi Sovrani le cui attività erano stimate a 335 mld a febbraio 2017, superiori all’intero PIL.

La congiuntura meno favorevole del mercato degli idrocarburi ha di recente determinato un sostanziale rallentamento del tasso di crescita dell’economia (+2,7% stimato nel 2016 con +3,4% previsto per quest’anno). Tuttavia la componente non-idrocarburi ha continuato a crescere a ritmi sostenuti (+8% nel triennio 2014-16 e ancora +6,5% stimato nel 2016): in prospettiva gli analisti si attendono che essa manterrà un passo di espansione ancora elevato (oltre il 5% nel 2017), grazie agli investimenti in infrastrutture previsti per i mondiali di calcio, nel residenziale (Barwa Workers City e Hilton Panorama), nei trasporti (il completamento delle varie linee della Metro di Doha è previsto tra il 2016 e il 2018) e nei servizi, secondo quanto indicato nel piano di sviluppo Vision 2030. In tali progetti il Governo prevede di spendere oltre 200 miliardi entro il 2022.

Il Paese dispone di zone speciali per incentivare gli investimenti esteri attraverso sgravi fiscali e agevolazioni amministrative: sono dislocate nei pressi della capitale e hanno, tra gli obiettivi, l’attrazione di investimenti indirizzati alla ricerca e allo sviluppo tecnologico, ad attività finanziarie e business. Gli scambi commerciali dell’Italia con il Qatar nel 2016 risultano ancora contenuti a quota 1,75 miliardi di euro (pari allo 0,2% del totale dell’interscambio italiano con il resto del mondo): le importazioni (848 mln) sono calate di oltre il 37%, mentre l’export (905 mln) hanno segnato una contrazione di circa l’8%. Lo stock di IDE alla fine del 2015 era pari a 33,2 miliardi di dollari, pari al 14,8% del PIL. L’Italia ha investito in Qatar oltre un miliardo di euro ed è presente sul territorio con 27 imprese nei settori di costruzioni e infrastrutture. Ecco allora che i piani di investimento infrastrutturale sopra richiamati rappresentano, in questo quadro, un’opportunità per un potenziale sviluppo delle relazioni commerciali e di investimento tra Italia e Qatar.

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