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Banche impopolari, libro inchiesta di Andrea Greco e Franco Vanni

22 aprile 2017 - 20:37  di Marika Lion
“A 1.300.000 investitori italiani che hanno perso i loro soldi o ne perderanno con le banche popolari” con questa dedica, Andrea Greco e Franco Vanni introducono il loro nuovo libro dal titolo “Banche impopolari”. Un libro inchiesta sul credito popolare e sul tradimento dei consumatori" (Mondadori).
"Banche impopolari" è un lungo e accurato viaggio dentro la crisi sistemica che ha coinvolto le banche popolari italiane, che inizia dal Nordest con le “conflittuali” banche che si erano spartite il territorio veneto per decenni, la Veneto Banca e la Banca Popolare di Vicenza, per andare poi in Lombardia e infine scendere fino a Sud.

Ecco come banche,  il cui controllo era in mano ai soci attraverso il voto capitario, ossia dove il valore dell’azione era variabile, assumono un comportamento quasi simile ad una vera società per azioni piuttosto che ad una cassa mutualistica. Banche che per anni hanno contribuito allo sviluppo di un ampio territorio, specie quale quello del Nordest,  con una crescita costante dell’economia e consequenzialmente quella degli istituti che vi operavano.  E poi, in coincidenza della crisi del sistema creditizio locale in genere, lo scenario cambia improvvisamente, quelli che erano convinti di essere “soci risparmiatori” si trovano ad essere riconosciuti attraverso l’applicazione di un nuovo decreto del governo che obbliga le popolari (con un patrimonio superiore agli 8 miliardi di euro) la trasformazione in Spa, come “soci investitori” con tutti i rischi annessi di un investimento azionario.

I due autori e giornalisti, con una attenta analisi dei fatti, ci portano dentro ad una sorta di romanzo dalle caratteristiche di una storia quasi dalle sembianze “provinciali” e dove la protagonista principale è la dea finanza che accompagna intrecci di potere, risparmio e speculazione. Un mondo tutt’altro che fantastico che sta mettendo in crisi non solo le economie dei diversi territori ma di tutto l’intero paese, per non parlare delle famiglie colpite da un male che ormai sembra incurabile.

“La cosa che più mi hai colpito di questa esperienza, è stato di sapere dalle persone intervistate più anziane…che erano completamente a digiuno di “cose”  finanziarie, e allo stesso tempo pensavano di costruire davvero un futuro per la loro famiglia”. Franco Vanni



Dal capitolo V – Il paradosso del valore che inchioda 580.000 azionisti –
“Mezzo milione di soci imparano che valore e prezzo di un’azione non solo la stessa cosa – Chi ha provato mai a vendere un immobile, specie in tempo di mercato, sa bene quale sia la differenza tra il valore e il prezzo. Il valore è dato da una specie di parametro, più o meno quantificabili e razionali; il prezzo è brutalmente stabilito da denaro che qualcuno, in quel preciso momento, è disposto a pagare. Spesso tra i due parametri c’è differenza: anche molta. La forbice dipende da tanti fattori, primo dei quali l’equilibrio tra domanda e offerta. Ebbene, il 2016 è anche l’anno in cui 600.000 soci di banche non quotate hanno imparato, a loro spese, quanto il prezzo (i soldi che volevano incassare subito) fosse distante dal valore (la cifra a suo tempo scritta sulla carta da banchieri e periti vari) dei loro bacchetti azionari. Ecco l’esercito delle banche non quotate. 580.000 piccoli investitori che per anni, decenni forse, erano stati tranquilli con la fiducia che il valore delle loro azioni stava salendo, o almeno resistendo (così si dice ogni anno nelle assemblee di bilancio). Quasi tutti i titoli liquidi, perché non quotati in Borsa: ma che le banche emittenti si erano sempre impegnate a rendere negoziabili, mettendo in collegamento chi voleva comprarli con chi voleva venderli sui suoi borsini interni, o su circuiti secondari. Talvolta le banche stesse, per rendere più fluidi questi meccanismi di scambio e armonizzare le quantità in acquisto e in vendita, si rendevano disponibili a comprare o a vendere titoli, dando loro, finalmente, un “prezzo”. Ma tale disponibilità non è mai stata un obbligo di legge (almeno in Italia). Così, da quando – il 22 novembre 2015 – c’è stato il fallimento ordinato delle quattro “good bank” Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria, Cariferara, Carichieti, con azzeramento dei loro azionisti e degli obbligazionisti subordinati e turbolenze sui mercati e dura presa di consapevolezza degli investitori delle nuove regole del bail in descritte sopra, sui predetti mercatini interni tutti hanno chiesto di vendere le loro azioni bancarie. Ma non hanno trovato nessuno disposto ad acquistarli”.





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