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Investire con i PIR: ecco quando conviene

21 marzo 2017 - 06:25  di Raffaele Zenti
DAL BLOG DI ADVISE ONLY - I Piani individuali di risparmio strizzano l’occhio al risparmiatore italiano ammaliandolo con un vantaggio fiscale e la prospettiva di una performance interessante. Per aiutarvi a compiere scelte razionali, analizziamo il profilo di convenienza dei PIR rispetto alle possibili alternative.
Il 2017 ha portato con sé una novità di un certo rilievo per il mondo degli investimenti in Italia: i PIR, acronimo di Piani Individuali di Risparmio, diventati realtà grazie alla Legge di Bilancio.

I PIR convogliano gli investimenti verso le azioni e le obbligazioni delle PMI italiane, e offrono un sensibile  vantaggio fiscale a chi li sottoscrive – ne ho parlato diffusamente in questo post, al quale rinvio per non tediarvi.

Qui vorrei rispondere a una domanda franca e diretta: in quale misura i PIR sono convenienti rispetto ad altri investimenti “non-PIR”?

LIBIDO FISCALE, LIBIDO SPECULANDI E PIR

I PIR sono “contenitori fiscali” (fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali, dossier titoli, polizze vita) che, purché vengano rispettate alcune condizioni, concedono l’esenzione totale dalle imposte sui redditi generati dall’investimento stesso e dalla tassa di successione in caso di decesso del sottoscrittore. Vale la pena rinfrescare la memoria sulle principali aliquote legate agli investimenti: i titoli di Stato emessi da Stati Sovrani (che rientrano nella White List) sono tassati al 12,5%, le forme pensionistiche complementari (come i fondi pensione) sono soggette ad un’aliquota del 20%, mentre agli altri strumenti finanziari non-PIR (ad esempio conti correnti, conti deposito, fondi comuni, ETF, azioni, obbligazioni) si applica l’aliquota del 26%.

Ai PIR, invece, si applica un’aliquota pari allo 0%. Niente tasse, insomma. Questo fatto, insieme alla caratteristica di investire in titoli di PMI, magari espressione della mitica eccellenza italiana, produce un cocktail di ingredienti abbastanza potente da far girare la testa al risparmiatore medio italiano. I PIR vanno infatti a titillare due punti molto sensibili: primo, evitare le tasse e, secondo, ottenere una performance superiore. Ovvero, “libido fiscale” e “libido speculandi” in splendida e pericolosa convoluzione.

Così, per aiutarvi a compiere scelte d’investimento razionali e non ormonali, ho asetticamente indagato il profilo di convenienza dei PIR rispetto alle possibili alternative.

PIR VS NON-PIR

Se avete risparmi da investire, con discreta probabilità arriverà qualche baldo venditore a sventolarvi sotto il naso l’estrema convenienza fiscale e finanziaria dei PIR. Non date nulla per scontato, ma agite razionalmente. Lasciamo per un momento da parte la questione del rischio Paese (i PIR hanno per definizione una forte esposizione al rischio Italia), e immaginiamo che il PIR si inserisca all’interno di un’asset allocation equilibrata ed adeguatamente diversificata in termini di rischio. Va indagata in primis la questione commissionale.

Ovvero: poiché i PIR sono esentasse, fino a quale livello di commissioni (TER) un PIR è conveniente rispetto ad un investimento concorrente? Il grafico seguente risponde proprio a questa legittima domanda.

Le variabili in gioco sono:

- le commissioni (semplificando un po’, il TER) del PIR;
- le commissioni dell’ipotetica alternativa;
- la performance lorda, cioè pre-tasse, dell’investimento (che ipotizzeremo identica, per focalizzare l’attenzione solo su tasse e commissioni).

Sull’asse orizzontale trovate la differenza tra la commissione dell’ipotetico PIR e quella dell’altro investimento. Quindi, quando il numero è negativo significa che la commissione del PIR è più bassa di quella dell’altro investimento, e viceversa quando, spostandoci verso destra, diventa positiva. Sull’asse verticale c’è invece la differenza di performance netta tra l’ipotetico PIR e l’alternativa: se il valore è positivo, significa che vince il PIR; viceversa se è negativo.

Sono presenti due linee: una per un ipotetico rendimento (lordo, cioè pre-tasse) annuo del 5% e l’altra corrispondente a un rendimento del 10%. Il profilo di convenienza infatti dipende dalla performance lorda. Il perché è intuitivo: l’aliquota fiscale si applica al guadagno, quindi tanto più alto è, tanto maggiore è il risparmio fiscale associato al PIR, e tanto più il PIR è conveniente.


Leggiamo insieme il grafico.
Per tutti e due i livelli di rendimenti, le linee sono inclinate negativamente: significa che tanto più alta è la commissione del PIR, rispetto all’ipotetica alternativa, tanto più si riduce l’extra-performance del PIR stesso (a parità di rendimento lordo, s’intende). Piuttosto ovvio. Ma quand’è che l’alternativa diventa preferibile al PIR? Per capirlo occorre individuare il punto nel quale ciascuna linea interseca sull’asse orizzontale, andando poi a leggere a quale differenza commissionale corrisponde[1]. Vediamo un paio di esempi:

- con un rendimento lordo del 5%, se la commissione del PIR è del 2,5% occorre che l’alternativa abbia una commissione di circa 1% più bassa per risultare più conveniente del PIR; se la commissione del PIR scende all’1,5%, per “battere il PIR”, il non-PIR deve avere una commissione di 0,30%;

- con un rendimento lordo del 10%, il vantaggio del PIR aumenta, e la commissione del PIR può essere circa del 2% più alta dell’alternativa e risultare ancora più conveniente; cioè, pur con una commissione del PIR pari a 3,1% (alta), la convenienza rimane anche se l’alternativa ha commissioni dell’1%. Se la commissione del PIR è 2%, con un rendimento lordo del 10% il PIR è praticamente imbattibile.

Superfluo sottolineare come, in caso di performance negativa del PIR, non ci sia alcuna convenienza fiscale, visto che le tasse si pagano sui guadagni. Insomma, i PIR hanno oggettivamente un buon margine di convenienza. Ma è anche evidente che se vi chiedono commissioni stratosferiche per il PIR dovete pensarci bene e fare due calcoli. Anche perché non è affatto detto che la performance lorda delle due possibili alternative sia la stessa.

Su questo punto, è difficile dire quali siano le prospettive nell’immediato futuro del mercato finanziario italiano (sul quale si focalizzano i PIR) o degli altri mercati. Quello che possiamo però analizzare sono i dati storici, e più precisamente i rendimenti reali (cioè corretti per l’effetto erosivo dell’inflazione) – vedi grafico seguente – in differenti periodi, tutti molto significativi dal punto di vista statistico.


La storia ci racconta che, mentre il mercato obbligazionario italiano ha generato rendimenti reali nel complesso allineati con il resto del mondo, la Borsa italiana è stata invece decisamente più deludente. Non è affatto detto che ciò valga per il futuro (sebbene io sospetti che in Italia la performance azionaria sia ben allineata ai fondamentali del Paese – ma, ripeto, è solo un deprimente sospetto). Anche perché, a ben vedere, il mercato azionario italiano non è solo l’indice FTSE MIB, drammaticamente dipendente dal malconcio sistema bancario nostrano, ma esistono altri segmenti, differenti e interessanti, più legati al panorama industriale.

Resta però il fatto che, prima di investire in un PIR, occorre sincerarsi che le capacità di gestione di chi lo propone siano fondate, e che quindi abbia delle credibili prospettive di performance positive. Non siate ingenui, non fatevi obnubilare la mente da “libido fiscale” e “libido speculandi”…

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