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Tabacci: "Io, dc da sempre, scelgo Giuliano Pisapia"

25 febbraio 2017 - 08:09  di Franco Locatelli
INTERVISTA DEL WEEKEND - Parla Bruno Tabacci, il leader del Centro Democratico che ha aderito al Campo Progressista di Giuliano Pisapia: "C'è bisogno di un nuovo modo di fare politica e Pisapia è un leader rassicurante, autorevole e inclusivo che può unire le forze per rigenerare il centrosinistra" - Il Pd, Renzi, le riforme, il governo Gentiloni, la legge elettorale, il programma: "Non poniamo pregiudiziali tranne che verso la destra e siamo alternativi a M5S"
Bruno Tabacci, leader del Centro democratico e democristiano da sempre, è un politico di razza, pieno di passione ma anche di realismo ed è abituato ad andare controcorrente. Ma la sua adesione al neonato Campo Progressista di Giuliano Pisapia, movimento che punta a rigenerare il centrosinistra ma che si colloca a sinistra del Pd, fa scalpore. Dai "marxisti per Tabacci", come si chiamava quel pittoresco gruppo di ragazzi sardi che sostenne la candidatura di Tabacci nelle ultime primarie del Pd a "Tabacci per il marxismo"? Lui nega e assicura di non aver mai rinnegato le sue radici ma è convinto che occorra aprire una nuova stagione della politica italiana e che Pisapia sia "un leader rassicurante, autorevole e inclusivo", l'uomo giusto per rilanciare uno nuovo centrosinistra, "un nuovo Prodi". Ma su quali basi programmatiche, con che compagni di viaggio e con quali prospettive politiche nasce il Campo Progressista? Bruno Tabacci lo racconta  in questa intervista rilasciata a FIRSTonline.

Onorevole Tabacci, lei è uno di quei democristiani che non ha mai rinnegato e non rinnega le sue origini e che nella Dc si è sempre collocato con la sinistra di Base come allievo prediletto di Giovanni “Albertino” Marcora: ammetterà che passare dalla Dc, sia pure attraverso il Centro democratico di cui è leader, al Campo Progressista, cioè alla sinistra della sinistra di Giuliano Pisapia ,è un bel salto. Che cosa l’ha spinta?

"Tutto è nato nello scorso novembre. Dopo una vita di battaglie, avevo intenzione di lasciare la politica e il Parlamento. Però ci siamo visti e sentiti con Giuliano Pisapia, con cui ho un rapporto di stima e di amicizia di vecchia data che si è consolidato quando nel 2011 mi volle come assessore al Bilancio nella sua giunta Arcobaleno di Milano. In quel colloquio Pisapia mi ha confessato che, dopo aver fatto il sindaco, non aveva più voglia di tornare a fare solo l’avvocato, che gli mancava la politica e che pensava a una iniziativa del tutto nuova che riunisse il campo progressista dal basso in funzione di un rinnovato centrosinistra senza uomini soli al comando. Mi ha convinto ed appassionato ed è per questo che ho aderito con entusiasmo a Campo Progressista coinvolgendo anche gli amici di Centro Democratico".

Insomma, dai “Marxisti per Tabacci”, come si intitolava la lista di quel simpatico ed ironico gruppo di ragazzi sardi che la sostenne nelle scorse primarie del Pd, a “Tabacci per i marxisti”? Onorevole, comunque la si giri, la sua scelta è per molti una sorpresa che non si può spiegare solo con i rapporti personali con Pisapia. Quali sono i veri motivi del suo cambio di rotta?

"Penso che le persone debbano saper affrontare le diverse fasi della storia che incontrano ma, al di là delle diverse esperienze politiche in cui mi sono imbattuto dopo la fine della Democrazia Cristiana, sono sempre rimasto fedele alle mie origini ideali e politiche, che sono quelle dei contadini del mio paese nel mantovano, Quistello, e dell’ispirazione di don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo, e quelle del mio maestro Giovanni “Albertino” Marcora, che scelse di fare il partigiano cristiano e la Resistenza e poi divenne capo della corrente di Base della Dc e che si è sempre considerato un uomo di sinistra, dove sinistra vuol dire battersi per i più deboli e per gli emarginati. Io resto legato alle mie radici democristiane e non temo contaminazioni, ma oggi, come ha detto Giuliano Pisapia nell’appello e nel Manifesto del Campo Progressista, c’è bisogno di Buona Politica, di una nuova speranza, di una nuova agenda e di un nuovo modo di fare politica e lui è un leader rassicurante, autorevole, inclusivo, sempre aperto al dialogo e capace di unire e mobilitare le forze su un progetto ambizioso e originale come quello di rigenerare e rilanciare un nuovo centrosinistra. Per questo ho detto che mi ricorda Romano Prodi".

Prodi? Ma non le ribolle il sangue ricordando che Pisapia era deputato nel gruppo parlamentare di Rifondazione comunista che nel ’98 affondò il primo governo Prodi? Siamo di fronte a un sogno o a una nemesi storica?

"Quell’episodio fu proprio lo spartiacque della storia politica di Giuliano Pisapia che, in piena rottura con il leader di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, votò a favore del governo Prodi e poi si dimise da presidente della Commissione Giustizia della Camera. Da allora Pisapia ha avviato un suo percorso politico progressista indipendente, in cui non c’è traccia di massimalismo e di populismo ma c’è invece la continua attenzione alle novità della nostra epoca e c’è la ricerca di una moderna sinistra di governo che sia all’altezza delle sfide di cambiamento dei nostri tempi".

Ammetterà che sui contenuti programmatici del Campo Progressista c’è ancora molta vaghezza che lo stesso Manifesto di Pisapia non dissolve affatto. Facciamo la prova della verità sulle riforme del governo Renzi (dal Jobs Act alla scuola, dalle unioni civili alle banche) che anche lei ha approvato in Parlamento: vanno fermate e ribaltate, come chiedono Bersani e la Cgil, o vanno rilanciate?

"Quelle riforme io le ho votate in Parlamento e non le rinnego, perché ho condiviso la volontà di modernizzare il Paese, ma questo non esclude che debbano essere meglio implementate e in qualche caso corrette, come sui voucher che possono essere uno strumento utile per sconfiggere il lavoro nero ma devono restare confinati ai rapporti lavorativi occasionali, o come sull’abolizione dell’Imu sulla prima casa, che ho sempre considerato un errore, o sulla riforma della Pa, che va sviluppata anche alla luce dei rilievi della Corte Costituzionale. Voglio essere molto chiaro sul governo Renzi e sull’ex premier: il suo difetto non è stato il dinamismo sulle riforme ma il pressapochismo che, al di là delle intenzioni rinnovatrici, lo ha talvolta portato fuori strada. Comunque niente equivoci:le riforme vanno fatte meglio e devono avere un più alto tasso di socialità ma devono assolutamente continuare".

La vera prova del sangue al riformismo del movimento di Pisapia la faremo sulla politica economica. C’è un vento retrò che sta spirando forte e che va dalla nostalgia per lo Stato come gestore dell’economia alla vecchia ricetta “tassa e spendi” per la crescita, all’illusione che si possa redistribuire la ricchezza senza produrla e senza alzare la produttività, allo stop delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni fino alle illusorie scorciatoie grilline come il reddito di cittadinanza per affrontare il dramma della disoccupazione o alla tentazione di uscire dall’euro: anche il Campo Progressista ne resterà sedotto?

"Non si può accusare di vaghezza un programma che non c’è ancora. Dopo l’assemblea costituente del prossimo 11 marzo, il Campo Progressista aprirà a Roma e a Milano quelle che Pisapia ha chiamato le Officine del programma, che cercheranno di offrire una lettura dei tempi nuovi senza il peso di vecchi armamentari ideologici. Personalmente penso che la bussola della piattaforma programmatica del Campo Progressista debba essere l’economia sociale di mercato, ma non ce la caveremo solo con slogan e etichette alla moda. I problemi di oggi sono molto complessi e non ammettono soluzioni semplicistiche come vorrebbe farci credere il populismo di destra e di sinistra. Dal 1970 ad oggi la popolazione mondiale è più che raddoppiata, c’è stato uno sviluppo dirompente delle nuove tecnologie con i suoi effetti sull’occupazione, l’arrivo mal gestito della globalizzazione, il boom dell’immigrazione e dei suoi drammi: su tutto questo una moderna sinistra di governo deve misurarsi senza preconcetti e cercare risposte. E credo che le Officine vi stupiranno e sapranno avanzare proposte sotto il segno del pragmatismo e dell’innovazione".

In attesa di conoscere i programmi, ci aiuti a decifrare meglio la prospettiva politica del Campo Progressista: ammesso e non concesso che vinciate le prossime elezioni, ci sono molte tappe prima di arrivare a un nuovo centrosinistra. Anzitutto: chi lo dovrebbe guidare il nuovo governo di centrosinistra se vincerà le elezioni? Renzi o no?

"Lo stabiliranno le primarie di coalizione a cui sarà naturale che Campo Progressista partecipi con Giuliano Pisapia, l’unico leader che ha la capacità inclusiva di mettere insieme un’area, quella del centrosinistra, che oggi appare frantumata. Chi vince, guida il governo se riceve il consenso degli elettori. Noi non abbiamo pregiudiziali sulla premiership e non ne accettiamo. L’area dei soggetti politici che possono correre per far vincere un nuovo centrosinistra può essere la più larga possibile e certamente, oltre a noi, un ruolo fondamentale spetta al Pd da chiunque sarà guidato, ma l’unica discriminante che poniamo è che dell’alleanza per il nuovo governo non faccia parte la destra. E quindi nemmeno il gruppo di Angelino Alfano, che non per caso si chiama Nuovo centrodestra".

Veniamo alle scelte politiche più immediate: come si colloca Campo Progressista rispetto al governo Gentiloni, che è notoriamente un governo fotocopia del governo Renzi?

"Campo Progressista nascerà il prossimo 11 marzo a Roma. Ma è logico pensare che si punti, come dice il professor Prodi, alla scadenza naturale della legislatura. Da qui il sostegno pieno al governo Gentiloni che ci auguriamo non si consideri una pedina del gioco interno al Partito Democratico. Il Governo in carica ha molte risposte importanti da dare, a partire dall’Europa e dalle richieste sulla manovra di bilancio avanzata da Bruxelles. Gentiloni e Padoan devono far valere le buone ragioni dell’Italia sapendo che la flessibilità di bilancio è utile ma non è un sinonimo di una maggior spesa corrente a danno dei più deboli".

Poi c’è il passaggio complicatissimo di una nuova legge elettorale: qual è la linea di Campo Progressista su soglie di sbarramento, capilista e premi di maggioranza?

"Siamo perfettamente d’accordo con il Presidente della Repubblica quando ci ricorda che per tornare alle urne serve una nuova legge elettorale che faccia tesoro dei rilievi della Corte Costituzionale all’Italicum e soprattutto del richiamo a norme omogenee per Camera e Senato che rendano possibile la governabilità. Quindi bisognerà armonizzare le soglie di sbarramento che oggi vanno dall’8% al Senato al 3% alla Camera: una soglia equilibrata dovrebbe attestarsi al 4%. Via invece al blocco dei capilista nominati dai partiti: il correttivo del sorteggio suggerito dalla Consulta non basta. Quanto al premio di maggioranza per chi prende il 40% dei voti, mi pare saggio che sia riservato alla coalizione e non alla lista di partito che vincerà".

Che farete se Bersani e D’Alema vi chiederanno di entrare nel Campo Progressista?

"Come ho detto prima, non porrei pregiudiziali, se non per la destra, ma nemmeno le vorrei subire. Serve un nuovo centrosinistra senza se e senza ma, che si fondi sull’asse Pd-Campo Progressista ma pure su tutte le altre forze che condividono la stessa prospettiva politica e programmatica. Aspettiamo con rispetto il congresso del Pd e le primarie di coalizione e poi vedremo quale ne sarà l’esito".

E con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che rapporti avrete?

"Siamo alternativi a tutti i populismi comunque mascherati e dunque anche al Movimento 5 Stelle e alla sua impossibile e devastante richiesta di un referendum per l’uscita dall’euro".

Onorevole, fra due mesi si vota in Francia: se vince la Le Pen l’Europa va in frantumi. Ci avete pensato?

"Continuo a sperare che la saggezza dei francesi non si lasci obnubilare dalle false sirene xenofobe, protezioniste, nazionaliste e anti-europee della Le Pen e che il sistema elettorale a doppio turno della Francia aiuti a portare all’Eliseo un candidato democratico. E spero anche che i francesi abbiano modo di riflettere sulle chiarissime parole pronunciate sul futuro dell’Europa e dell’euro da un grande italiano di cui dobbiamo essere fieri come Mario Draghi, il cui spirito di servizio alla democrazia potrà tornare molto utile anche in Italia quando, fra due anni, avrà ultimato il suo incarico di presidente della Bce".

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