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Italia ed Europa, troppe incomprensioni: è ora di riprendere il dialogo

1 gennaio 2017 - 07:27  di Stefano Micossi
In Italia l'Europa appare come l'arcigno controllore del bilancio che impedisce il rilancio dell'economia, come l'ingiusto fustigatore delle banche e come l'avaro dispensatore di aiuti per l'immigrazione mentre l'Europa ci vede di nuovo come un Paese refrattario alla disciplina di bilancio e alle regole ma i fatti smentiscono gli uni e gli altri e tocca al governo Gentiloni medicare le ferite e voltare pagina
Lo stato delle relazioni tra il nostro paese e l’Unione europea è cattivo, e ancora di più preoccupa l’incomprensione delle ragioni degli uni e degli altri che si approfondisce tra le élites nazionali e nell’opinione pubblica. Eppure, non sono mancate, a ogni livello, decisioni positive di politica economica che hanno contribuito alla coesione del sistema.

In Italia, l’Europa appare come l’arcigno controllore del bilancio che impedisce di rilanciare l’economia, l’ingiusto fustigatore delle banche, l’avaro dispensatore degli aiuti necessari per gestire flussi migratori inarrestabili – un problema che oramai riguarda quasi esclusivamente l’Italia, l’unico paese europeo in cui i migranti possono entrare, ma dal quale poi non possono più uscire. Strati consistenti della dirigenza industriale e finanziaria mostrano sfiducia verso la nostra capacità di restare nell’euro; alcuni addirittura auspicano la nostra uscita dalla moneta comune, temo senza ben valutarne le conseguenze (in materia, suggerisco di consultare il premier greco Tsipras, che cambiò rotta quando la fine dei sostegni di liquidità della BCE obbligò a chiudere la banche). Non ha certo aiutato una retorica pubblica del governo uscente smodatamente e inutilmente aggressiva verso l’Europa, nella vana speranza di toglier terreno ai populisti di Grillo e Salvini.  Non ha funzionato per raccattare voti, ma ha alimentato l’ostilità dell’opinione pubblica verso l’Europa.

In realtà, L’Europa comunitaria ha risposto alle nostre richieste di flessibilità di bilancio, con il Piano Juncker, ora di nuovo aumentato (del quale l’Italia si sta rivelando ottimo utilizzatore), la comunicazione della Commissione d’inizio 2015, e la coraggiosa richiesta di una manovra espansiva aggregata pari allo 0,5% del PIL europeo; mentre la BCE ha avviato dall’inizio dell’anno scorso una aggressiva politica di espansione monetaria che ci ha favorito con il calo degli interessi a lungo termine e il deprezzamento dell’euro, avviato verso la parità con il dollaro.

Nel caso di MPS, la vigilanza di Francoforte ha indurito i requisiti di capitale (magari poteva comunicare un po’ meglio la decisione) per le perdite , ma ci ha aperto margini significativi di flessibilità con il regime della ricapitalizzazione precauzionale, consentendoci di evitare la piena applicazione del bail in e di compensare i risparmiatori al dettaglio per le perdite sui junior bond. Non sono restate senza risposta neanche le nostre richieste di maggiore condivisione degli oneri per l’accoglienza e la gestione dei flussi migratori – anche se la coraggiosa decisione sulle quote di accoglienza promossa dalla Commissione, e inizialmente accolta dal Consiglio, è poi franata di fronte alle resistenze insormontabili dei paesi membri. Tra i documento allegati alle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, ve n’è uno che documenta il forte calo dei flussi migratori tran-sahariani verso le coste libiche, grazie anche agli sforzi dell’Unione europea nei confronti dei paesi d’origine.

Intanto, a Berlino e nella altre capitali europee si consolida di nuovo l’immagine dell’Italia come di un paese refrattario alla disciplina di bilancio e al rispetto delle regole europee sugli aiuti di stato. In realtà l’Italia ha compiuto un mezzo miracolo, riportando e mantenendo il disavanzo pubblico al di sotto del 3 % del PIL, dal 2010 in poi, nonostante una caduta di oltre 10 punti percentuali del PIL procapite (e del 25% della produzione industriale). Avviando nel frattempo riforme fondamentali nel sistema pensionistico, nel mercato del lavoro e nel sistema bancario.

Ha pesato moltissimo, nell’immagine negativa che ciononostante ci resta appiccicata, la lentezza nell’affrontare le zone di sofferenza più acuta nelle banche, dovuta non poco alla generale paralisi delle decisioni imposta da Renzi in vista del referendum; così come ha pesato qualche forzatura nelle politiche di bilancio, più che nei decimali di sconfinamento, nella cattiva qualità di certe distribuzioni di denaro che dovevano portare consenso – valgano come l’esempio estremo i due bonus di 500 euro ai giovani che votavano per la prima volta, costati oltre mezzo miliardo di euro!

Inoltre, l’Eurogruppo, e in seguito anche il Consiglio europeo, non ci hanno perdonato il blocco imposto alla discussione sulla riduzione dei rischi bancari, che ha determinato a catena anche il blocco di ogni discussione sulla condivisione dei rischi nell’unione bancaria. Controproducente mi pare anche l’attacco virulento portato da molti soggetti italiani al meccanismo del bail in, che negli altri paesi ha funzionato senza traumi eccessivi (con la parziale eccezione di Cipro e del Portogallo) e che fu adottato nel 2013 con il nostro consenso (senza peraltro poi informare adeguatamente i risparmiatori del mutamento dei rischi).

Nel 2017 l’Italia dovrà affrontare passaggi difficili in Europa, sia sul fronte delle politiche di bilancio, dove alcuni nodi verranno inevitabilmente al pettine, sia sul fronte bancario, dove le esitazioni del recente passato dovranno lasciare il passo a decisioni radicali, ma la meta di un sistema più forte e più stabile è a portata di mano. Quanto all’ondata migratoria, temo non vi siano alternative a un indurimento delle nostre politiche di accoglienza – coinvolgendo per quanto possibile l’Europa, ma agendo con decisione anche da soli.

Suggerirei al Presidente Gentiloni – che in questo troverà di certo pieno sostegno nel ministro Padoan – di dedicare ogni sforzo per medicare le  ferite e ritrovare un dialogo costruttivo con le istituzioni europee e i paesi partner, anzitutto la Germania. Se si abbassano i toni e si spiega meglio, le ragioni dell’Italia sono ben difendibili – soprattutto se si riuscirà a riprendere il cammino delle riforme che la sciagurata fase pre-referendaria aveva bloccato.

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