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Calcio, dal Leicester alla Chapecoense: il 2016 delle favole dal destino opposto

26 dicembre 2016 - 07:13  di Giulio Carrieri
Nel mondo del calcio il 2016 ha portato alla ribalta due favole dal finale completamente diverso: quella del Leicester di Claudio Ranieri che, smentendo ogni pronostico, ha trionfato nella Premier League e quella, fatale, della Chapecoense che dalla serie D brasiliana ha fatto innamorare a suon di vittorie tutto il Sudamerica prima di finire in tragedia come avvenne con il Grande Torino
Dal sogno all’incubo. Una parabola che lascia l’amaro in bocca, che fa molto 2016. La storia di due favole, nonostante tutto abbastanza simili, e del loro finale diversissimo. Quello di un sogno, per l’appunto, e quello di un incubo sconvolgente. La prima favola è quella del Leicester, perché la Storia con la esse maiuscola di questo anno di calcio è sicuramente quella della banda Ranieri.

Un gruppo all’apparenza scalcinato, guidato da un vecchio allenatore che non aveva mai vinto niente, per dirla con le parole del nemico Mourinho, o che, comunque, non aveva mai vinto niente più di tre coppe nazionali tra Spagna e Italia, oltre ad una Supercoppa Uefa vinta con il Valencia, nell’ormai lontano 2004.

Il Tinkerman, il perenne indeciso, che cambiava formazione in continuazione, sembrava più che mai un allenatore alla fine della sua parabola. Il suo rilancio italiano (Juventus, Roma e Inter in rapida successione) si era chiuso tra imprese sfiorate, dimissioni ed esoneri, per l’eterno secondo che non sembrava più neanche in grado di arrivare secondo, a giudicare dalla breve e tremenda esperienza sulla panchina della Grecia.

Esonero, anche lì. Così come sarebbe dovuto essere anche al Leicester, stando alle quote dei bookmakers. E invece succede che Vardy, oltre a correre in profondità come un cavallo imbizzarrito, inizia anche a fare gol, e che Kantè copra porzioni di campo inimmaginabili per ogni altro bipede e Mahrez incanta con il suo sinistro.

Il Leicester parte bene, ma tanto non durerà. In fondo quei punti raggranellati qua e là ad inizio campionato, mentre le altre squadre, quelle vere, sono ancora in rodaggio, sono solo fieno in cascina per quando arriverà la primavera e toccherà salvarsi.

Poi succede che il Leicester è campione d’inverno, dopo aver battuto anche il Chelsea di Mourinho, dando la stura all’addio del portoghese, in uno squisito cerchio karmico che si chiude.

Lo sfigato batte il bullo, come in un film. Come in un film, la banda scalcagnata, che intorno alle sue tre stelle assomma qualche vecchio bucaniere, il figlio portiere di un leggendario portiere danese e un manipolo di autentici carneadi e onesti mestieranti, continua a correre in testa.

Come in un film, alla fine i buoni vincono. Per la gioia universale di tifosi sparsi in ogni dove, desiderosi di toccare di nuovo la dimenticata consistenza dell’imprevisto, in un calcio sempre più oligarchico.

L’estate poi è il momento del Portogallo. Non una vera e propria favola, ma neanche il vincitore atteso. Quelli erano Germania e Francia, la Spagna tuttalpiù. Non una favola perché il Portogallo scarso scarso non è. C’è Cristiano Ronaldo, innanzitutto, anche se in una versione dimessa per via di qualche acciacco di troppo, e poi la solita infinita teoria di ali tecniche tendenti al velleitario e centrocampisti di possesso.

Ma soprattutto, una difesa ferrea e feroce, costruita dal catenacciarissimo Fernando Santos intorno a Fonte e ad un Pepe mai così affidabile. Il Portogallo ha stentato per tutti i gironi, qualificandosi a stento in un gruppo composto da Ungheria, Austria e Islanda. Poi si è trovato davanti la strada spianata di un tabellone in discesa, andando avanti senza mai vincere nei novanta minuti fino alla semifinale contro il volenteroso Galles di Bale.

Poi c’è la finale, contro i padroni di casa della Francia, che sognano di ritrovare l’amore per il colore blu della loro maglia. Ronaldo si rompe dopo pochi minuti, non succede molto. Alla fine la risolve la riserva di una riserva, il centravanti, se così si può definirlo, Nenè, con un tiro partito senza pretese dalla trequarti e sbarcato come fosse la cosa più naturale del mondo all’angolino alla destra di Lloris.

Non una favola, forse, ma la vittoria inaspettata di un calcio pratico ed umilissimo, tra merito e fortuna. L’altra favola invece è quella che si è trasformata in incubo.

Nel 2009 la Chapecoense giocava nella serie D brasiliana. Il mese scorso avrebbe disputato la sua prima finale di Copa Sudamericana, l’equivalente della Uefa dall’altra parte dell’Oceano.

L’aereo che avrebbe portato la squadra brasiliana in Colombia, per la partita contro il Nacional de Medellin, non è mai arrivato a destinazione. Nel riconfigurarsi di una delle tragedie classiche del calcio, una nuova Superga, si è schiantato in una zona montagnosa alle porte della città colombiana.

Pochissimi i superstiti, molte le vittime: l’attaccante Bruno Rangel, il terzino Dener, il mediano Gil, il centrocampista Cleber Santana e il portiere Danilo, tra loro. Anche l’allenatore Caio Junior, 51 anni e un passato in piazze nobili come Flamengo, Palmeiras e Botafogo.

Nomi che potrebbero non dire nulla a molti di voi, ma che si sono scolpiti immediatamente nell’immaginario di una delle tragedie più dolorose della storia dello sport. La favola con il finale da incubo.

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