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Ma ora chi pensa alle riforme economiche?

14 dicembre 2016 - 06:49  di Alfredo Macchiati
La lunghissima campagna referendaria e quella elettorale già in corso e le picconate dei giudici costituzionali e amministrativi alle riforme delle banche e della Pa gettano una pesante ipoteca sul futuro prossimo delle riforme strutturali di cui il Paese ha un grande bisogno e che il presidente della Bce Draghi non manca di raccomandare ad ogni occasione - Ma il sistema elettorale proporzionale rischia di impaludare ancor di più la situazione
La crisi formale è stata risolta in tempi molto rapidi e nessuno mette in dubbio la buona volontà del neopresidente Paolo Gentiloni ma è indubbio che gli esiti del referendum hanno aperto la campagna elettorale. Che si annuncia lunga: se si votasse nell’autunno del 2017, sarebbe di 10 mesi con il governo ben attento a non toccare gli interessi di potenziali elettori. Appare dunque realistico affermare che in questo periodo, che si cumula alla campagna referendaria (durata almeno circa 6 mesi) in cui  il governo ha pensato più che altro a cercare di convincere gli elettori a votare sì, di riforme economiche (dove per definizione i “perdenti” sono sempre ben identificabili e compatti nella difesa dei loro interessi mentre i “vincitori” raramente riescono a percepirne i vantaggi comunque non immediati) se ne vedranno poche.

Il governo riuscirà forse a mettere una pezza su quelle riforme del governo Renzi che i giudici costituzionali ed amministrativi hanno bocciato (banche e pubblica amministrazione). D’altra parte non si può escludere che anche la “buona scuola” e il Jobs Act, saranno rimesse in discussione e che vedremo un po’ di finanza pubblica da ciclo elettorale (regali e regalini a destra e a manca e purtroppo la recente legge di stabilità non è un bel precedente). Resteranno la riforma della tassazione della prima casa (di certo assai poco convincente dal punto di vista degli equilibri fiscali), un po’ di vantaggi fiscali per le imprese e il nuovo codice degli appalti. E’ troppo pessimistico affermare che rispetto a dove eravamo nel febbraio 2014 (inizio governo Renzi) avremo compiuto un tratto di strada piuttosto piccolo sulla via delle riforme economiche?

In questo periodo potremo assistere in economia a roboanti promesse per il dopo elezioni: si potrà ventilare la prospettiva del doppio corso  della moneta piuttosto che avremo una meravigliosa crescita economica con la green economy. In realtà la politica difficilmente si occuperà di come far crescere l’economia del paese nel medio termine, di come ridurre il gap con l’Europa. Sarà piuttosto affaccendata a fissare le regole del gioco per stabilire chi avrà il potere e in quanti lo si dovrà condividere (ricordo che partiamo da 23 gruppi parlamentari saliti al Colle). Inevitabile l’indebolimento sul fronte esterno. La Commissione europea chiede riforme e noi passiamo un anno e mezzo a discutere prima sulla Costituzione e poi sulla legge elettorale. Che credito potremmo ottenere in materia di politica dei rifugiati, di riduzione dei vincoli al bilancio pubblico, del completamento dell’unione bancaria?

Draghi per fortuna continua a concedercelo, il credito. Ma raccomanda anche ad ogni occasione la necessità delle riforme strutturali. Con la recente proroga del QE ci ha dato tempo fino al dicembre 2017; “oltre se necessario”, comunque di minore ammontare e ancora minore, verosimilmente, oltre il novembre del 2019, quando scade il suo mandato. Tre anni possono essere un lungo tempo per fare delle riforme economiche efficaci ma per un paese che le aspetta  da vent’anni e con istituzioni politiche che procedono con la velocità del bradipo e  per di più impaludate nel sistema proporzionale  saranno sufficienti?

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