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Parafarmacisti: figli di un dio minore

3 agosto 2011 - 13:57  di Giuseppe Scioscia
La crisi economica sta rendendo, se possibile, ancora più urgenti le liberalizzazioni. Un buon punto di partenza per fare delle riforme al servizio dei cittadini e della ripresa è il mondo delle farmacie
Il ministro della Salute Ferruccio Fazio, e poi anche quello del Welfare Maurizio Sacconi, le hanno definite qualcosa di "strano", per quel "para" che ne precede il sostantivo. Sarà... Ma se volete sapere la mia opinione, a me sembra molto più strano che in Italia un qualsiasi avvocato, medico, commercialista, odontoiatra o giornalista, insomma un qualsiasi professionista iscritto ad albo possa liberamente e privatamente esercitare la propria professione, persino un notaio, fuorché un farmacista.

La concessione statale di una farmacia in Italia è ereditaria e tramandata per generazioni. E questo è solo l'inizio della storia: benvenuti nel sistema farmaceutico del Belpaese, un settore protetto da leggi datate 1936 e massimo esempio nazionale di lobby. Questi i fatti. La laurea intanto, che è quinquennale. Peccato che nessuno all’università si degni di spiegare a noi non “figli di” che quel foglio di carta porterà a un vicolo cieco e che la libera professione di farmacista sarà quasi vietata per legge. Lo sbocco professionale obbligato? Dipendente a vita o un impiegato in azienda. Poi arriva l'abilitazione, dove il più delle volte si lavora anche senza percepire stipendio, ma tant'è. Bisogna farsi le ossa.

Il titolare “spinge” a vendere determinati prodotti, ma soprattutto spesso “consiglia” di non rispettare la legge sui farmaci con obbligo di prescrizione medica, per ovvi motivi commerciali e in barba alla regole di comportamento deontologico della professione. La legge ha pensato a fare il resto, e nel 2008 il parlamento ha approvato una norma che permette al farmacista di consegnare alcuni farmaci con ricetta , senza tuttavia la sua esibizione, per i soli motivi di “urgenza”. Un solido alibi, non c'e che dire. Per non parlare del fatto che molto spesso al banco per la vendita di farmaci si trova personale non laureato, che ovviamente a livello economico garantisce un bel risparmio. Se questo poi viola le norme di legge, poco importa.

Il resto è storia recente. Nel 2006 è arrivato (dopo oltre mezzo secolo di immobilismo) il decreto Bersani sulle liberalizzazioni: in Italia viene finalmente concesso a un farmacista di poter aprire una propria attività, la “Parafarmacia”, in cui vendere i farmaci senza obbligo di ricetta. I vantaggi sono tutt'ora sotto gli occhi di tutti: ne nascono oltre 3500, danno lavoro a quasi 7000 addetti del settore e contribuiscono sensibilmente ad abbassare i prezzi medi di vendita (costringendo le farmacie a praticare identici sconti. Come si dice? E' il mercato, bellezza!).

Quella legge del 2006 un limite però ce l'ha: non concede al farmacista di parafarmacia laureato, inscritto all’ordine, che paga regolarmente i contributi e che si aggiorna con corsi Ecm (educazione continua in medicina) di svolgere fino in fondo la propria professione. La cosa assurda infatti è che nelle parafarmacie non si possono tutt'ora vendere i farmaci con obbligo di ricetta a carico del cittadino (fascia C) perché secondo la legge è la “farmacia” che tutela la salute e non “il farmacista”.

E' un limite grosso e incomprensibile fosse solo per la frustrazione che ne comporta, facendoci sentire continuamente discriminati rispetto ai nostri 'fratelli' farmacisti. Sembrava fatta, e quasi lo era (il riconoscimento della fascia c'era nella terza bozza Bersani che però è rimasta nel cassetto, bloccata, pensate un po'... dall'allora ministro Livio Turco che con Bersani sedeva nello stesso Governo Prodi).

Poi il circolo virtuoso si è inceppato e nel Settembre 2008 (governo Berlusconi) viene presentato un ddl, il Gasparri-Tomassini: eliminazione del farmacista nelle parafarmacie, la vendita di sole confezioni starter (con numero di compresse e dosaggi minimi) e il ritorno di tutti i farmaci in Farmacia. Se il disegno di legge vedesse mai la luce, provocherebbe la chiusura graduale di tutte le parafarmacie aperte in Italia e ritorno ad una condizione di monopolio. Il relatore, ca va sans dire, è un farmacista titolare, il dottor Luigi D’Ambrosio Lettieri.

La storia potrebbe finire qui, perché i tentativi di affossare ogni slancio liberalizzatore in questo paese sono all'ordine del giorno, dunque a oggi nessun passo per migliorare la nostra condizione è stato ancora fatto. Nonostante che per Ocse e Banca d'Italia siano la leva primaria di crescita perché è dimostrato che interventi strutturali mirati in tal senso spingerebbero i consumi familiari del 2,5%. Lo dice proprio in questi giorni anche il quinto punto del manifesto del Sole 24 ore (articolo di Carmine Fotina del 23 luglio 2011): "C'è un autentico tesoro nascosto negli abissi degli eccessi di regolamentazioni, una delle leve di crescita piu trascurate d'italia negli ultimi anni, anche in presenza di richiami arrivati da organismi internazionali".

E ancora. Secondo un report del Centro Studi Confindustria le liberalizzazioni produrrebbero su 20 anni un incremento di Pil del 10,8% per cento. Quasi l'1,8% annuo se si adottasse una terapia shock. Tant'è. Nell'ultima finanziaria nulla o poco è stato fatto al riguardo e nonosante i tentativi del Pd, ha perso anche questo treno la liberalizzazione dei farmaci di fascia C richiesta a gran voce in primis da Antonio Catricalà. Quell'infaticabile arbitro del mercato che a Bersani, per la grande idea avuta nel 2006, addirittura disse che se lo sarebbe sposato.

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