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Trump, il taglio delle tasse lascia mille dubbi: ecco perchè

28 aprile 2017
Il nuovo Presidente vorrebbe imitare Reagan con il più grande taglio delle tasse della storia Usa recente, ma negli anni '80 non funzionò - Non è detto che riducendo le tasse si rimettano in moto investimenti e crescita mentre il rischio è che esploda il debito pubblico e che le diseguaglianze sociali aumentino
L’amministrazione Trump ha scoperto le carte sul suo atteso taglio delle tasse. Vuole ridurre l’aliquota sui redditi d’impresa dal 35 al 15%, in effetti il taglio più grande nella storia americana recente. L’idea di Trump e dei suoi è che abbassando così drasticamente le tasse si stimolerà una forte crescita degli investimenti delle imprese, con un aumento del tasso di crescita del Pil e l’ulteriore riduzione del tasso di disoccupazione, peraltro già storicamente basso negli Usa (4,5%).

Inoltre, Steven Mnuchin, segretario del Tesoro americano, sostiene che il drastico abbattimento dell’aliquota non farà crescere il deficit e il debito pubblico perché il rafforzamento della crescita economica e la riduzione dell’elusione ed evasione faranno lievitare la base imponibile, evitando riduzioni significative negli introiti fiscali.

Premesso che i calcoli offerti paiono molto approssimativi e che, come insegna l’esperienza, già alcune riforme presentate dall’amministrazione Trump (es. l’abolizione dell’Obamacare) non hanno trovato la maggioranza al Senato, proviamo comunque a ipotizzare che questo taglio delle tasse passi così come proposto.

C’è un precedente importante, la riduzione delle tasse attuata da Ronald Reagan nei primi anni ’80. Anche quella riforma, come questa, era ispirata da una visione “Supply Side Economics”. In quel caso un aumento significativo della crescita economica non ci fu e il principale risultato di entrate fiscali in calo, accompagnate da spese pubbliche accresciute (per il riarmo), fu la forte espansione del debito pubblico che crebbe sotto Reagan all’incirca dal 30 a oltre il 50% del Pil.

Se oggi si verificasse di nuovo un aumento del debito nelle stesse proporzioni, il rapporto debito pubblico/Pil Usa arriverebbe a sfiorare il 125%, non lontano dalla situazione attuale dell’Italia. Ciò indurrebbe anche una riduzione del rating del governo federale americano e un aumento del costo del suo indebitamento.

E se la Supply Side Economics non funzionò negli anni ’80 – quando l’aliquota marginale venne ridotta dal 70 al 50% – che motivo c’è che funzioni oggi che si riduce di 20% ma partendo da livelli comunque già più bassi? E ancora, l’ipotesi che la riduzione delle tasse sia sufficiente a stimolare un boom degli investimenti potrebbe rivelarsi inappropriata. Infatti, come ci insegnò Keynes tanti anni fa e come ci hanno ricordato di recente i premi Nobel Akerlof e Shiller, gli investimenti ripartono quando si accendono gli “spiriti animali” degli imprenditori.

Ebbene, è difficile che quegli spiriti si accendano in un contesto caratterizzato da incertezza ancora elevata: la crisi dello scorso decennio è per certi versi una crisi da “sovraproduzione” e gli imprenditori possono essere ancora cauti a investire se non si intravede un aumento stabile della domanda aggregata.

Vi è poi, collegato al precedente, un altro elemento da considerare: gli effetti sulla disuguaglianza. Un abbattimento delle aliquote incentrato, come questo, sulle imprese genererebbe verosimilmente uno spostamento della ricchezza dalle classi medie e basse verso quelle più abbienti, contraddicendo l’obiettivo, della campagna elettorale di Trump, di risollevare la classe media. Questo aumento della disuguaglianza si può prevedere sulla base di due effetti: uno diretto e uno indiretto.

Quello diretto discende dal fatto che la riduzione delle tasse è soprattutto per le imprese e, dunque, per i redditi da capitale, non per quelli da lavoro. L’effetto indiretto potrebbe derivare dall’eventuale necessità di Trump di tagliare la spesa pubblica per evitare un aumento eccessivo del deficit pubblico.

Ebbene, è presumibile che il taglio della spesa pubblica andrebbe a indebolire ulteriormente il già magro Welfare americano, con conseguenze negative per le classi medie e basse. E, per di più, quella crescita asimmetrica dei redditi potrebbe generare uno stimolo insufficiente per la domanda aggregata, che cresce di più quando aumentano i redditi delle classi medio-basse e cresce di meno quando aumentano solo i redditi dei più ricchi.

L’ultima obiezione è sulla mancanza di eleganza di questa amministrazione che, nel momento in cui vara questa grandissima riduzione delle tasse, si rifiuta di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi del Presidente e dei suoi principali collaboratori, contribuendo ad alimentare il sospetto di conflitto di interesse plutocratico.
Giovanni Ferri si è laureato in economia all’Università di Siena, ha conseguito il Ph.D. in Economics alla New York University. È professore ordinario di economia politica e prorettore alla didattica alla LUMSA ove ha: presieduto il corso di studio magistrale in Economia, management e amministrazione d’azienda (2012-14); co-fondato e dirige il Center for Relationship Banking and Economics, sull’importanza dei beni relazionali per valorizzare anche nell’economia la dimensione di persona umana; ideato e co-attuato il progetto “Gli studenti crescono con le imprese di famiglia”, per attrarre l’attenzione su un segmento d’impresa vitale per l’Italia ma spesso trascurato dagli studiosi e marginalizzato nel dibattito di politica economica.