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Pd: Renzi e D'Alema, chi pensa al debito pubblico?

21 febbraio 2017
Una buona ragione per non spaccare il Pd sarebbe, al di là di tutte le tattiche, quella di evitare l'instabilità del debito pubblico che purtroppo minaccia l'Italia in caso di instabilità politica - Ma tutte le parti politiche di destra, di centro e di sinistra, ad esclusione del governo Prodi 1, hanno finora fatto poco o nulla per ridurre il debito
L'ultimo successo di Lady Gaga dice "you're giving me a million reasons to let you go ... But baby, I just need one good one to stay". Renzi l'avrebbe dovuta cantare a D'Alema, in qualche modo il direttore d'orchestra dietro all’ennesima scissione che con ogni probabilità si andrà a consumare nel PD.

La buona ragione per restare, a mio avviso, è di evitare una instabilità del debito pubblico che purtroppo minaccia l'Italia in caso di instabilità politica.

Lo scenario internazionale (es. Brexit, Trump, aggressività russa) spinge l'UE o verso la disintegrazione o verso l'unificazione anche politica. L'apertura della Merkel all'UE a due velocità va nella seconda prospettiva. Ma per poter essere ammessa nell'Unione politica (che comporta anche una qualche unificazione dei budget pubblici nazionali) l'Italia dovrà dare garanzie che al momento non può dare e che potrebbe dare solo con la stabilità di governo e un impegno credibile al rientro del debito pubblico.

Dunque, cosa farà la scissione al riguardo? È abbastanza ovvio che ridurrà la stabilità di governo. Perciò Renzi e D'Alema, ciascuno per la sua parte, stanno per assumersi la responsabilità di una scelta che nuoce agli interessi del Paese. Per inciso, infatti, è lecito dubitare che della stabilizzazione del debito pubblico si farebbe carico in Italia il centro-destra (che ha già mostrato scarsa sensibilità al riguardo con i governi Berlusconi e vede la componente populista ancor più forte che in passato) o il movimento Cinque Stelle (che al momento pare difettare di intenzioni e competenze in tal senso).

Ma se vogliamo confrontare D’Alema e Renzi in termini di performance del debito pubblico sotto i loro governi cosa viene fuori? Un confronto preciso è difficile perché il governo D’Alema in senso stretto durò poco più di un anno e anche quello di Renzi è durato meno di tre anni. In ogni caso, sotto il governo D’Alema il debito pubblico si ridusse dal 110 al 107% circa del PIL. Sotto il governo Renzi, invece, il rapporto ha prima continuato a crescere per poi stabilizzarsi vicino al 133%. Non è lecito concludere che D’Alema è stato più attento di Renzi al debito pubblico perché il denominatore (il PIL nominale) cresceva almeno al 3% sotto D’Alema mentre si contraeva o cresceva meno dell’1% sotto Renzi.

Vi è di più, l’unica fase in cui il rapporto debito/PIL è stato ridotto in Italia negli ultimi 20 anni è il governo Prodi I, che lo ridusse dal 115 al 110% circa per la durata in senso stretto di quel governo ma, inoltre, che pose le basi per la successiva riduzione (es. le privatizzazioni) fino a sfiorare il 100% nel 2003. E, allora, non si può non ricordare che D’Alema fu (se non l’orchestratore) colui che guidò la scelta di non andare alle urne subito dopo la caduta di Prodi I, nel qual caso Prodi sarebbe stato con ogni probabilità rieletto con una maggioranza ben più forte e, altrettanto probabilmente, la stabilizzazione del debito sarebbe proseguita con maggiore lena, evitando poi di ritrovarsi esposti allo shock delle crisi a partire dal 2008.

Insomma, né Renzi né D’Alema hanno un buon curriculum in termini di capacità di stabilizzare il debito. Non è forse un caso che ora si ritrovino corresponsabili di una scelta politica che potrebbe costare molto all’Italia.
Giovanni Ferri si è laureato in economia all’Università di Siena, ha conseguito il Ph.D. in Economics alla New York University. È professore ordinario di economia politica e prorettore alla didattica alla LUMSA ove ha: presieduto il corso di studio magistrale in Economia, management e amministrazione d’azienda (2012-14); co-fondato e dirige il Center for Relationship Banking and Economics, sull’importanza dei beni relazionali per valorizzare anche nell’economia la dimensione di persona umana; ideato e co-attuato il progetto “Gli studenti crescono con le imprese di famiglia”, per attrarre l’attenzione su un segmento d’impresa vitale per l’Italia ma spesso trascurato dagli studiosi e marginalizzato nel dibattito di politica economica.