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Meno banche vuol dire meno credito e forse più rischi

23 agosto 2017
La riduzione di oltre 700 banche europee in 10 anni di Grande Crisi può sembrare a prima vista una buona notizia ma non lo è affatto perché a sparire sono state soprattutto le piccole banche ma quelle che tendono ad assumere rischi eccessivi sono le grandi, che non saranno mai lasciate fallire dopo la lezione di Lehman - Intanto la domanda "sana" di credito delle famiglie e delle imprese rischia di essere lasciata al'asciutto
Il rilascio da parte della BCE dei dati aggiornati a fine marzo scorso sulla struttura bancaria dell'Eurozona permette di fare il punto su alcuni cambiamenti intervenuti nei dieci anni da quando è scoppiata la Grande Crisi e, soprattutto, nella fase più recente.

In particolare, risulta che, rispetto alla fine del 2008, il numero di banche è sceso da 3.928 a 3.154, cioè se n'è persa quasi una su cinque (-19,7%). Dato che la crisi derivava dall'eccesso di credito concesso all’economia, possiamo concludere che l’evoluzione osservata ha portato il sistema bancario europeo in un’area meno critica? Non necessariamente. Infatti, il problema principale dei sistemi bancari deregolamentati e liberalizzati – e non abbastanza è cambiato dal 2008 – è che essi creano rischi sistemici. In altri termini, se una banca supera una certa dimensione essa diviene troppo grande per (essere lasciata) fallire: l’acronimo usato di solito è TBTF (Too Big To Fail). Le esperienze non mancano. Persino negli USA, da sempre più propensi a lasciar fallire le banche (anche perché da loro pesa di più il mercato finanziario), dopo il fallimento di Lehman Brothers, nessun’altra grande banca è stata lasciata fallire. E, nonostante gli annunci del bail-in e della BRRD, è chiaro che anche in Europa nessuna grande banca sarà lasciata fallire.

Il problema del TBTF è che, sapendo ex ante che la loro banca non sarà lasciata fallire, i manager delle grandi banche tendono ad assumere rischi eccessivi: se esce testa (cioè la scommessa va bene) la banca si prende i profitti, se esce croce (la scommessa va male) qualcun altro si accollerà le perdite. Per di più, dati anche i tassi bassissimi indotti dal Quantitative Easing e il trattamento sfavorevole che i coefficienti di Basilea riservano al credito rispetto alle attività finanziarie, quei rischi eccessivi non verranno assunti facendo credito all’economia, ma scommettendo sulla finanza.

Da tale punto di vista, i dati BCE non sono confortanti. Nei nove mesi da fine giugno 2016 a fine marzo 2017, il numero di banche è sceso da 3.261 a 3.154 (-3,3%) ma la riduzione è stata quasi interamente per le banche piccole (con meno dello 0,005% degli attivi bancari totali dell’area), ridottesi da 2.661 a 2.518 (-5,4%). Un semplice calcolo che, in via conservativa, assegni alle banche grandi il loro valore minimo (almeno lo 0,5% degli attivi bancari totali dell’area), alle banche piccole il loro valore massimo (lo 0,005% degli attivi bancari totali) e alle medie il valore medio (lo 0,0251%) ci porta al seguente risultato. Nei nove mesi considerati, in Europa l’attivo della banca media è passato da €171,9 a 182,0 miliardi (+5,9%).

Dunque, gli andamenti osservati non sono favorevoli. C’è da temere che si stia accumulando sempre più rischio sistemico e che, per di più, la domanda di credito “sana” di imprese e famiglie sia lasciata all’asciutto.
Giovanni Ferri si è laureato in economia all’Università di Siena, ha conseguito il Ph.D. in Economics alla New York University. È professore ordinario di economia politica e prorettore alla didattica alla LUMSA ove ha: presieduto il corso di studio magistrale in Economia, management e amministrazione d’azienda (2012-14); co-fondato e dirige il Center for Relationship Banking and Economics, sull’importanza dei beni relazionali per valorizzare anche nell’economia la dimensione di persona umana; ideato e co-attuato il progetto “Gli studenti crescono con le imprese di famiglia”, per attrarre l’attenzione su un segmento d’impresa vitale per l’Italia ma spesso trascurato dagli studiosi e marginalizzato nel dibattito di politica economica.