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Mediaset, non piango se la famiglia Berlusconi perde il controllo

29 dicembre 2016
Non tutte le scalate societarie sono buone ma non si possono impedire ex ante lasciando che lo Stato decida caso per caso: o si ha il 51% o si è scalabili - La sinistra auspica la concorrenza nel mercato dei beni come in quello dei capitali e del controllo societario e lascia alla destra più retrograda la difesa delle vecchie aziende spesso poco efficienti, controllate da poteri eterni e inamovibili
Nei giorni scorsi il senatore Massimo Mucchetti (Pd), presidente della Commissione Industria del Senato, ha inviato una lettera aperta al ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, sul caso Mediaset-Vivendi. E' una lettera molto complessa che tocca punti diversi che meritano di essere approfonditi e che sarebbe bene tenere distinti. 

Un conto è il caso specifico di un finanziere francese che fa una scalata ostile a una primaria azienda di telecomunicazioni italiana. C'è un problema possibile di "dignità nazionale" da difendere (in barba però – va ricordato - a tutti i tentativi che la commissione Prodi, non propriamente un noto Leopoldino, fece per creare un mercato unico dei capitali in Europa anche attraverso la direttiva Opa). E c'e un possibile problema di pluralismo dato che parliamo di informazione (e però Berlusconi tutela il pluralismo solo quando Forza Italia è politicamente debole? e chi lo stabilisce?).

Altro conto è l'attacco alla legge Draghi e alla "vastissima schiera di economisti e politici, in stile Leopolda," che ritengono auspicabile la contestabilità degli assetti proprietari. Qui l'attacco è ideologico, è a tutto campo ed è rivolto a quelli che Mucchetti definisce liberisti ma credo che Mucchetti sbagli il tiro.

L'idea che gli assetti proprietari debbano essere contestabili non è affatto una peculiarità dell'ideologia liberista. Sta in tutti i manuali di economia e di diritto societario. Come ci sta il concetto che la concorrenza è meglio del monopolio. La peculiarità della posizione liberista (tipicamente americana) consiste nel ritenere che in generale i mercati siano efficienti e quindi che: a) non ci sia bisogno di imporre un offerta pubblica di acquisto rivolta a tutti gli azionisti; b) non si debbano impedire azioni difensive da parte della società preda.

L'Europa invece vuole essere "sociale e di mercato" e cerca di tutelare al meglio gli azionisti di minoranza. Ma né in Europa né in Usa, nessuno ha mai pensato che fosse desiderabile un regime nel quale lo Stato decide, caso per caso, se una scalata è desiderabile o no. Nè nessuno ha mai pensato che sia desiderabile una qualche regola che, nel nome della continuità o stabilità degli assetti aziendali, congeli le quote di controllo di capitalisti senza capitali. O si ha il 51% o si è scalabili. Non c'è altro da aggiungere.

È vero, come dice Mucchetti, che ex post non tutte le scalate hanno prodotto buoni risultati, ma impedire ex- ante le scalate (o alcune di esse) significa difendere l'indifendibile. Significa che ci sono gruppi di potere a cavallo fra politica ed economia che fanno il bello e il cattivo tempo. Nella letteratura anglosassone questo si chiama "crony capitalism".

Nella esperienza italiana questo è il sistema che la sinistra ha combattuto per decenni. Qualcuno forse ricorda le filippiche di Eugenio Peggio e Luciano Barca, spesso riprese dallo stesso Berlinguer, sulla corruttela derivante dai perversi intrecci fra politica (della Dc) ed economia. E ricorda le battaglie della sinistra contro la razza padrona che controllava le imprese tramite le scatole cinesi.

A tutto questo si è cercato di porre rimedio con le privatizzazioni e soprattutto con le regole (TUF, antitrust, autorità indipendenti ecc.). Oggi abbiamo un sistema di regole moderne in cui i perversi intrecci sono un po' più difficili da realizzare. A tutto questo non vogliamo rinunciare. Se la sinistra rinunciasse a questa impostazione rinnegherebbe gran parte della sua storia migliore. E non crediamo che ci sia alcunché di sinistra nell'invocare un'intervento dello Stato sulla base di un giudizio politico che viene dato esaminando i singoli casi: ad esempio, ci piace l’Opa di Cairo su Rcs, ma non quella di Colaninno su Telecom.

La sinistra auspica la concorrenza nel mercato dei beni come in quello dei capitali e del controllo societario. E lascia volentieri alla destra (o comunque alla destra più retrograda) la difesa della vecchie aziende spesso poco efficienti, controllate da poteri eterni e inamovibili. Personalmente, non piango se la famiglia Berlusconi perde il controllo di Mediaset.
Milanese, si laurea alla Bocconi nel 1975 e consegue il dottorato in Economia a MIT. Nel 1980 entra al Servizio Studi della Banca d’Italia, dove si è occupato inizialmente di mercato monetario e banche e successivamente della costruzione e dell’utilizzo del modello econometrico dell’economia italiana. Nel 1992 assume la responsabilità della direzione Internazionale del Servizio Studi e partecipa ai principali negoziati monetari europei e internazionali. Nel 1995, viene chiamato a dirigere il Centro Studi di Confindustria. Nel 2001 diventa direttore generale di Ania, l’associazione delle imprese di assicurazioni. Nel 2009 torna in Confindustria con il ruolo di direttore generale. Nel 2013 viene eletto deputato nelle lista Lombardia 1 del Partito Democratico. Oggi è membro della Commissione Bilancio e, su designazione della Presidente della Camera, focal point dell’Ocse presso la Camera dei Deputati.