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Occhio a Mediaset ma anche a Unicredit: chi saranno i nuovi padroni?

14 dicembre 2016
L'assalto di Vivendi al gruppo di Berlusconi polarizza l'attenzione e galvanizza la Borsa che vuol capire se sarà vera scalata o la guerra che prelude alla pace ma il mercato si interroga anche sull'azionariato di Unicredit dopo l'aumento di capitale - L'italianità della proprietà non è decisiva, tranne che per gli asset davvero strategici: grandi banche, reti e industria della difesa meritano un po' di patriottismo economico
È presto per dire se la mossa di Vivendi, che è ormai al 20% Mediaset, sia una vera e propria scalata o solo la guerra che prepara la pace tra due corsari come Vincent Bolloré e Silvio Berlusconi.

La Borsa è in fibrillazione e presto se ne vedranno di tutti i colori, ma di sicuro l’Italia è già diventata più francese. Ovviamente l’assedio a Mediaset tiene banco ed è al centro di tutte le fantasie, ma due giorni fa Unicredit ha venduto Pioneer ai francesi di Amundi e fa impressione vedere che nel cuore della finanza italiana, in Unicredit con Jean Pierre Mustier e in Generali con Philippe Donnet, a guidare le danze siano due top manager transalpini. Per non dire di Telecom, dove il primo azionista è Vivendi e non si muove foglia senza che Bolloré non voglia, e senza dimenticare Mediobanca dove ancora una volta Bolloré, raider di vecchia data, non manca di far sentire il suo peso.

Ma il bello (si fa per dire) deve ancora venire. L’assalto di Vivendi a Mediaset attira su di sé tutte le luci della ribalta ma forse sarebbe il caso di cominciare a porsi un’altra domanda e di girare lo sguardo su un’altra realtà che per l’Italia e la sua economia italiana è molto più importante di Mediaset e cioè proprio su Unicredit. Chi saranno i nuovi padroni di Unicredit dopo l’aumento monstre di 13 miliardi illustrato ieri alla City da Jean Pierre Mustier? È inutile fantasticare sui progetti, forse improbabili, della Société Générale. Quel che è sicuro è che in Unicredit a dettare legge non saranno più le Fondazioni, che non hanno i mezzi per sostenere l’aumento di capitale e finiranno per diluirsi nel nuovo azionariato, che diventerà più contendibile e verosimilmente più internazionale di oggi.

È finita un’epoca e ce ne accorgeremo presto. Ma a poco vale piangere sull’italianità perduta. È il capitalismo, bellezza. E se il capitalismo italiano, salvo rare eccezioni, non ha la forza né la voglia di affrontare le grandi sfide e di scommettere sul futuro, non c’è da meravigliarsi che molti gioielli della corona finiscano in mani straniere. Già le privatizzazioni furono la vetrina delle occasioni smarrite Ma, per fortuna, in economia come in finanza ciò che più conta non è il colore della bandiera ma l’efficienza e la capacità di creare valore. Meglio un’azienda italiane in mano a uno straniero che ne garantisca lo sviluppo piuttosto che un’azienda in mani italiane che chiude. Ricordiamoci sempre del caso del Nuovo Pignone che ha trovato una nuova vita da quando l’Eni la cedette alla General Electric.

Però non tutto si può vendere senza pagare un prezzo e senza smontare un pezzo di Italia. Il passaporto delle aziende non è decisivo e non tutto è strategico. Quando gli italiani acquistano un’impresa all’estero si festeggia come un successo e non si capisce perché dobbiamo stracciarci le vesti ogniqualvolta gli stranieri fanno altrettanto da noi, se assicurano la difesa dei posti di lavoro e promettono un futuro per l’azienda.

Ma c’è un però. Se non vogliamo ridurci a una colonia, tutto si può vendere e liberalizzare tranne gli asset davvero strategici, quelli cioè che fanno crescere il Pil e che non sono replicabili e per i quali vale la pena di fare un po’ di patriottismo economico. Ma quali sono oggi in Italia gli asset davvero strategici? La rosa degli asset strategici non è immutabile e cambia nel tempo sotto la spinta della tecnologia e del mercato. Certamente è importante ma non è strategica Mediaset, che è un patrimonio del Paese e della famiglia Berlusconi, ma non è l’unico gruppo televisivo italiano.

Del tutto opposto è il discorso su Unicredit, che non è la sola banca del nostro Paese ma che, insieme a Intesa Sanpaolo e alle Generali, rappresenta il cuore della finanza italiana che raccoglie e custodisce il risparmio nazionale e sostiene l’economia del Paese. Lo stesso vale per le grandi reti infrastrutturali (telecomunicazioni, energia, trasporti, aeroporti, autostrade, acqua) e per l’industria della difesa. Grandi banche e risparmio, reti e difesa: questi sì sono asset strategici di cui va attivamente difesa l’italianità nel rispetto delle regole dell’Europa e del mercato. Sul resto vinca il migliore.
Socio fondatore, amministratore e direttore responsabile di FIRSTonline. Milanese di nascita, ha sempre lavorato tra Milano e Roma. Ha cominciato a progettare un giornale online di informazione economica e finanziaria il giorno dopo la sua uscita, nella primavera del 2010, da IL SOLE 24 ORE, dove ha trascorso più di 25 anni, è stato capo della redazione Finanza e Mercati ed editorialista e ha commentato i più importanti avvenimenti economici e finanziari dalla metà degli anni Ottanta. Per l’editore Olschki ha scritto due storie di banche locali della Toscana, la prima delle quali con lo storico dell’arte Antonio Paolucci. Nel 2014 ha pubblicato con Ugo Calzoni il saggio "Imperi senza dinastie" edito dalla Compagnia della stampa Massetti Rodella