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Legge elettorale: cruciali i regolamenti parlamentari

7 giugno 2017
L'attenzione degli osservatori politici si concentra sulla nuova legge elettorale e sui rischi per la stabilità politica ma i pericoli di frammentazione in troppi gruppi nascono dai regolamenti parlamentari - Tuttavia il mandato elettorale imperativo, proposto dai grillini per evitare le migrazioni, non si adatta ai sistemi politici di tipo democratico e rappresentativo
Superata la preoccupazione per l’esito elettorale in Francia, ora i mercati finanziari valutano (è il loro mestiere, poteri forti o deboli che siano) il rischio Italia, soprattutto dal punto di vista della sua stabilità politica in previsione dell’esito delle prossime elezioni politiche. Ci si domanda se il ritorno elettorale di tipo tedesco dia vita ad un governo stabile ancorché di coalizione, qualunque essa sia.

Argomentano saltuariamente gli osservatori politici che vi è da attendersi, per effetto dell’impianto proporzionale della legge, la formazione dei c.d. “listoni” comprendenti senatori e deputati di diverse visioni politiche ma uniti per superare la soglia del 5% e sedere in Parlamento. È ragionevole, si aggiunge, che anche all’interno degli schieramenti principali che si presenteranno alle elezioni trovino posto, come per il passato, potenziali parlamentari che esprimono diverse sensibilità politiche sui più diversi temi.

Se queste sono le previsioni dei commentatori politici, stupisce che il dibattito sulla riforma elettorale trascuri i potenziali effetti sulla stabilità dei governi futuri consentiti degli attuali regolamenti parlamentari: non dunque al momento del voto, ma a quello successivo quando gli eletti si presenteranno alla rispettiva camera.

Come si sa in quel momento, ogni singolo eletto dovrà optare per quale gruppo parlamentare intenda iscriversi. E un atto imposto dai regolamenti parlamentari di Senato e Camera. Ma nulla garantisce che l’assetto dei gruppi parlamentari risultante dalle più diverse opzioni personali coincida con i partiti o con i “listoni” che si sono presentati alle elezioni.

Ancora oggi, nello scorcio di questa legislatura, la invocata stabilità del governo dipende crucialmente non tanto dalla configurazione dei gruppi parlamentari assunta all’inizio della legislatura, ma dall’assetto che via via questi hanno assunto nel corso della stessa e dal correlato comportamento di voto dei numerosi gruppi: 10 al Senato e 12 alla Camera. Tra questi spicca il Gruppo Misto (33 senatori e 51 deputati) che come hanno documentato le consultazioni al Quirinale per la costituzione del governo Gentiloni si è frammentato a sua volta in sottogruppi contribuendo alla formazione di quei 23 gruppi (alcuni nati anche per emulazione della scissione dell’atomo) che anche in occasione dei diversi temi all’ordine del giorno esprimono legittimamente diverse posizioni politiche.

Uno sguardo al complesso dei gruppi parlamentari di oggi documenta che questi si distribuiscono tra un minimo di 12 senatori ed un massimo di 99; da un minimo di 11 ad un massimo di 282 deputati, mostrando anche in questo caso una persistente frammentazione che, anche in un futuro prevedibile, potrebbe non garantire la stabilità nel tempo dell’esecutivo. Si aggiunga che la trasmigrazione da un gruppo parlamentare all’altro è abitudine diffusa in tutte e due le camere. Ad esempio il PD, nel corso della legislatura ha conquistato 9 senatori e 24 deputati ma ne ha persi rispettivamente 16 e 33. Dal canto suo il movimento 5 stelle ha perso 19 senatori e 21 deputati e ha conquistato un solo senatore. Forza Italia ha perso 52 senatori e 52 deputati e ne ha conquistati 4 sia al senato che alla camera (OpenParlamento. http://oopenpolis.it).

Si ricorda che a fronte di siffatte migrazioni da un gruppo parlamentare all’altro, si è proposto da alcuni pentastellati di modificare l’art.67 della nostra Costituzione (esercizio della funzione parlamentare senza vincolo di mandato) per introdurre il c.d. vincolo del mandato elettorale imperativo che però non si adatta ai sistemi politici di tipo democratico e rappresentativo. Non a caso il divieto del mandato imperativo, che molti pentastellati dimenticano, è uno dei più importanti lasciti della Rivoluzione francese del 1789, la cui successiva Costituzione del 1791 sancì il divieto del mandato imperativo. Per quanto ne so fu soltanto in occasione della Comune di Parigi - che seguì alla sconfitta militare della Francia da parte della Prussia – il cui governo provvisorio governò Parigi dal 18 marzo al 28 maggio del 1871 e introdusse per l’appunto il mandato imperativo ai propri eletti oltre ad avere adottato la bandiera rossa a proprio simbolo..

Pare a me che non sia un esempio da imitare, anche per chi si rifà al pensiero del calvinista Jean Jacques Rousseau che, come noto, morì nel 1778 prima si vedere la Rivoluzione francese e forse di apprezzarne i lasciti di democrazia.

Sarebbe opportuno che l’attuale Parlamento si interrogasse anche sul dopo elezioni, sui regolamenti parlamentari e sulla non impossibile migrazione consentita da questi ultimi, a meno di non volere seguire gli estimatori della Comune di Parigi.
Filippo Cavazzuti (1942) è professore di Economia e regolazione dei mercati finanziari all’Università di Bologna, È stato anche senatore della Repubblica, sottosegretario al Tesoro (sotto il ministro Ciampi), commissario Consob. Per alcuni anni, come presidente del Consorzio Patti Chiari (2009-2013), si è dedicato all’introduzione dell’educazione finanziaria nelle scuole italiane nell’ambito delle discipline tecniche e umanistiche. Recentemente ha pubblicato: La privatizzazione dell’IRI tra Governo, Parlamento e dintorni, nel IV volume dell’opera a cura di Roberto Artoni, La storia dell’IRI; in Moneta e Credito Bricolage nei quaranta anni della Consob e Luigi Spaventa in Consob. In corso di pubblicazione, Un racconto di economia politica sul protezionismo italiano, in Collana storica della Banca d’Italia, Marsilio editore.