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Banche: la Commissione d'inchiesta, Visco e i corsari del populismo

15 settembre 2017
La Commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema bancario non è nemmeno lontana parente delle prestigiose Commissioni del passato ma, allestita a pochi mesi dalle elezioni, rischia solo di diventare un assurdo "tribunale del popolo", spinto dal partito trasversale del populismo, per mettere sotto accusa il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco
Salvo felici sorprese di rinvio, entro la fine di questo settembre dovrebbe avviarsi il lavoro della Commissione di inchiesta sul sistema bancario, che già si annuncia una occasione mancata per affrontare, nei tempi richiesti necessariamente non brevi, un esame approfondito del funzionamento del settore bancario e delle cause profonde, regolamentari e comportamentali, che nel tempo hanno portato ai disastri bancari più recenti. Pare infatti che a causa dei brevi tempi previsti per i lavori della Commissione, saranno forzatamente disattese le prassi che hanno sempre segnato il susseguirsi dei lavori delle commissioni del passato più prestigiose di inchiesta o di semplice indagine.

È evidente che siffatte prassi non erano note o non sono state adeguatamente considerate dai due presidenti di Camera e Senato nel corso delle riunioni dei capigruppo che hanno fissato i calendari dei lavori parlamentari. Invece, si è dimenticato che nel campo della legislazione per i mercati finanziari e creditizi, nei decenni passati le migliori Commissioni hanno prodotto materiale conoscitivo prezioso per la più approfondita conoscenza dei fenomeni indagati e per le importanti ricadute sulle nuove regole da adottare da parte del Parlamento; ma ciò ha richiesto molto tempo e decine di incontri.

E’ certo che i parlamentari più avvertiti ricordano ancora oggi, tanto per citare le più famose e produttive commissioni della c.d. prima Repubblica, la commissione di indagine sulla libertà economica in Italia che svolse i suoi lavori negli anni 1963-64 e che pose le basi per rivedere il contesto concorrenziale vigente in Italia; la commissione sul caso Sindona (anni 1980-1982) che pose le premesse per un nuova legislazione per il mercati finanziari e mobiliari in particolare; la commissione sulla operatività della Consob (anni 1983-1984) che condizionò la riforma dei servizi di investimento svolti da operatori polifunzionali, e così via.

La consultazione dei numerosi volumi prodotti conferma che era prassi comune quella di operare su di un arco di tempo non inferiore ai due anni. Tempo necessario per i c.d. interrogatori e le c.d. audizioni (in media circa venti) e i rappresentanti delle associazioni (Abi in testa) e delle autorità di vigilanza; ad esempio Guido Carli nel caso Sindona, Franco Piga, Paolo Baffi e Guido Rossi nel caso dell’indagine sulla operatività della Consob.

Stupisce quindi come sia stata istituita una nuova Commissione di inchiesta la cui vita si può già da ora misurare in poche settimane di lavoro, stante gli impegni di presenza in aula di quasi tutti i parlamentari, pena la non approvazione delle leggi. Ma oggi, il vento delle elezioni torna a soffiare con forza nelle vele delle navi corsare del partito trasversale dei populisti che considerano una occasione troppo ghiotta da non perdere quella di crearsi una ribalta tramite la Commissione d’inchiesta sulle banche. Come scrissi nel mio blog del 15 luglio 2017 su FIRSTonline, temevo, dato il tono del dibattito parlamentare di allora, che la Commissione d’inchiesta sulle banche appena istituita, si trasformasse in un “tribunale del popolo” con un unico imputato: il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: sospettato, seppure in assenza delle prove che dovrebbero venire raccolte dalla Commissione di inchiesta nel corso di tutti i suoi lavori, per formulare il suo giudizio finale nella prova acclarata di non avere vigilato adeguatamente sui misfatti delle banche. Si aggiunga che, stando a retroscena dei giornali, Ignazio Visco risulta sgradito e notoriamente antipatico a Matteo Renzi che gradirebbe avere alla guida della Banca d’Italia un suo sodale e yes man.

In questo amaro contesto politico, date le intenzioni del presidente Mattarella e del premier Gentiloni di confermare Visco alla guida della Banca d’Italia, vi è chi confida nel suo spontaneo c.d. “passo indietro”: dopo il parapiglia della sua audizione che si annuncia all’inizio dei lavori e non alla conclusione. Non a caso, infatti, l’onorevole Ettore Rosato, capo gruppo del PD alla Camera dei deputati, nella sua intervista al Corriere della sera dell’altra settimana, ha più o meno consapevolmente, indicata la via per il “passo indietro”: la commissione dovrà in prima battuta “ascoltare il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco” (…) Visco deve anche dare una mano su come inquadrare i lavori”. Singolare richiesta quella di chiedere al sospettato reo un aiuto a organizzarne il processo; ma il vento delle elezioni gonfia sempre di più le vele.
Filippo Cavazzuti (1942) è professore di Economia e regolazione dei mercati finanziari all’Università di Bologna, È stato anche senatore della Repubblica, sottosegretario al Tesoro (sotto il ministro Ciampi), commissario Consob. Per alcuni anni, come presidente del Consorzio Patti Chiari (2009-2013), si è dedicato all’introduzione dell’educazione finanziaria nelle scuole italiane nell’ambito delle discipline tecniche e umanistiche. Recentemente ha pubblicato: La privatizzazione dell’IRI tra Governo, Parlamento e dintorni, nel IV volume dell’opera a cura di Roberto Artoni, La storia dell’IRI; in Moneta e Credito Bricolage nei quaranta anni della Consob e Luigi Spaventa in Consob. In corso di pubblicazione, Un racconto di economia politica sul protezionismo italiano, in Collana storica della Banca d’Italia, Marsilio editore.