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Referendum, sospetta sottovalutazione dei rischi del NO

26 novembre 2016
I "geni" del settimanale londinese non comprendono perchè in Italia è tanto difficile fare le riforme e dimenticano che i governi tecnici hanno solo potuto prendere decisioni d'emergenza ma non sono stati in grado di fare riforme strutturali - Colpisce l'insostenibile sottovalutazione degli effetti politici ed economici del NO nel referendum sottoscritta anche da commentatori e opinionisti italiani e naturalmente da Bersani e da Berlusconi
Ora è arrivato anche l' Economist a dire che votare No al referendum sulle modifiche costituzionali non solo non provocherebbe alcun terremoto nei mercati, ma sarebbe addirittura più saggio. Il ragionamento non è chiaro. Infatti l' Economist sostiene che l' Italia ha urgente bisogno di fare delle riforme strutturali del funzionamento dell' economia e delle istituzioni ( si cita la Giustizia e la PA) e che partire dalla Costituzione è stata una perdita di tempo. Ma i baldi commentatori del' Economist, si sono mai chiesti per quale ragione in Italia è così difficile fare delle riforme? Non sarà che il problema sta nella debolezza ed instabilità dei Governi che nell'attuale sistema istituzionale non trovano la forza per far approvare riforme veramente incisive e poi resistere alle mille pressioni che tentano di boicottarle nella fase applicativa?

I geni londinesi affermano che dopo la vittoria del NO si darebbe vita ad un governo tecnico che farebbe le vere riforme? Forse pensano ad un governo sorretto dal' Arma dei Carabinieri e dalle Forze Armate, perché le nostre esperienze di governi tecnici dimostrano che nell'emergenza è stato possibile far passare solo un aumento delle tasse o un taglio delle prestazioni pensionistiche (governo Monti) ma poi non è stato possibile trovare maggioranze parlamentari per far passare riforme strutturali ( dal lavoro alla Giustizia alla semplificazione).   

Ma al di là delle stravaganze londinesi, quello che impressiona è il coro di commentatori e politici che si sforzano di sostenere che in fondo la vittoria del NO non porterebbe a sconvolgimenti e non aumenterebbe i rischi di crisi finanziaria ed economica. La saggezza del Presidente Mattarella sarebbe in grado di trovare una soluzione tampone in attesa di tornare alle urne e far esprimere il popolo. Anche il pezzo dell' Economist si inquadra in questo filone che va da commentatori come Stefano Folli e Antonio Polito, a professori come Michele Ainis e Gianfranco Pasquino, a politici come Bersani e Berlusconi. Tutti sostengono che il Governo può rimanere in carica fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2018 e che quindi non ci sarebbero rischi di un aumento della sfiducia dei mercati in seguito alla maggiore incertezza sul futuro del nostro paese. Ma si tratta dell' ultimo tentativo di confondere la pubblica opinione dopo quelli fatti sul merito della riforma che si sono dimostrati del tutto infondati, e spesso in così evidente malafede da lasciare sgomenti anche gli elettori più sprovveduti.

Ora nel tentativo di negare che il referendum del 4 dicembre rappresenta una tappa fondamentale del lungo e faticoso cammino di risanamento del nostro paese, tutti i " buonisti" cadono in una evidente contraddizione. Se i mercati, ma anche i singoli risparmiatori, si aspettano che l' Italia prosegua nel cammino delle riforme per poter creare un ambiente più favorevole a chi vuole investire e rischiare, come si può immaginare che un Governo battuto dal popolo su uno dei temi fondamentali del suo programma, possa trovare la forza di presentare in Parlamento una riforma incisiva su qualsiasi argomento senza essere sbertucciato dai parlamentari di tutti i colori?  Le riforme non portano immediato consenso dato che all' inizio si fanno sentire solo coloro che ne vengono danneggiati, mentre chi dovrebbe riceverne vantaggi aspetta di vederne gli effetti prima di pronunciarsi. Quale partito se la sentirebbe di assumere l' onere di sostenere un governo " tecnico" nell' imminenza delle elezioni ?  

Per altri economisti, soprattutto keynesiani, il problema dell'arretramento italiano degli ultimi trent'anni non sta tanto nelle nostre carenze istituzionali che hanno portato a dissipazione di denaro pubblico ed alla formazione di Monopoli che hanno minato l' efficienza della nostra economia, ma la responsabilità va ricercata nei vincoli europei e nell' adesione all' Euro. In questo caso votare No vuol dire contestare la politica economica degli ultimi governi, fare quindi il primo passo per svincolarsi dall' Europa, e poter quindi riprendere quella sovranità che abbiamo ceduto troppo frettolosamente. Ma forse questi signori non ricordano quanto era difficile per l' Italia vivere con alta inflazione ed alto debito pubblico. Non ricordano che dopo la svalutazione della lira del 1992 ci trovavamo ancora alle prese con una inflazione a due cifre e con tassi di interesse così elevati da scoraggiare qualsiasi investimento, per cui Prodi fu costretto a fare di tutto per aderire all' Euro per non lasciare andare il paese alla deriva.   

Ci troviamo di fronte a ragionamenti capziosi se non a grossolane falsificazioni della storia e della logica. In realtà la riforma è moderata ed equilibrata. Non prevedere alcuno strapotere dei politici e presto si tornerà a fare elezioni con un sistema rinnovato sia costituzionale che elettorale. Da non dimenticare, sia detto per inciso, che se finora non si sono fatte le elezioni era perché dopo la sentenza della Consulta, non avevamo un sistema elettorale. Senza una approvazione della nuova Costituzione è ovvio che si aprirà un periodo di incertezza politica che spaventerebbe gli operatori economici, a cominciare dai piccoli risparmiatori italiani, e soprattutto creerebbe un terreno propizio per spianare la strada all' avventura grillina. Con buona pace di tutti quelli che pensano che non ci sarebbero conseguenze negative.
Nato a Roma il 9 febbraio 1946 diventa giornalista professionista nel 1970. Dopo una breve esperienza iniziale a Il Globo si trasferisce a Milano a Il Sole 24 Ore dove rimane fino al 1980 raggiungendo la qualifica di vice direttore. Dopo un passaggio all'Europeo ed a Il Mattino di Napoli, nel 1984 diventa responsabile delle relazioni esterne di Confindustria con la presidenza Lucchini. Nel 1992, al termine della presidenza Pininfarina,si trasferisce alla Fiat come responsabile della comunicazione. Nel 1997 diventa direttore del Il Sole 24 Ore di cui nel 2001 assume l'incarico di amministratore delegato. Nel 2003 assume la carica di amministratore delgato di Itedi e de La Stampa e nel 2005 passa alla Fiat come responsabile dei rapporti istituzionali.