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L'Europa ha bisogno dell'Italia: meno debito e più riforme

22 giugno 2017
L'intervento svolto nell'aula di Montecitorio in occasione del dibattito sull'Europa con il premier Paolo Gentiloni - L'Italia deve essere protagonista della nuova fase che si sta aprendo in Europa ma deve farlo riprendendo il cammino delle riforme
Il vento in Europa sta cambiando: la fase peggiore della crisi, sia economica che politica appare in via di superamento. I pericoli provenienti dalla instabilità internazionale, le incertezze della nuova politica Usa e l'aggressività della Russia, tornano a far considerare la costruzione europea un luogo rassicurante, in grado, volendo, di gestire meglio le crisi geopolitiche e di vincere le paure che avevano spinto molti cittadini in numerosi paesi a cercare rassicurazioni in una chiusura nazionalistica entro le proprie frontiere. Le elezioni in vari paesi europei, ed in particolare quelle francesi, hanno visto un netto arretramento dei "sovranisti", mentre anche i sondaggi di opinione confermano che i cittadini europei tornano a guardare con maggior speranza alle potenzialità del vecchio Continente unito. Dal lato economico la crescita europea, Italia esclusa, è ormai superiore a quella degli Stati Uniti, mentre la disoccupazione sale a buon ritmo. La conseguenza è che sta per iniziare una nuova fase del processo di integrazione e noi dobbiamo decidere come parteciparvi da protagonisti.

Ma l'Italia appare in ritardo sia nel delineare una credibile strategia politica, sia nelle opinioni dei cittadini dove ancora l'euroscetticismo, pur minoritario, è abbastanza diffuso. La responsabilità è soprattutto di molte forze politiche, quelle vecchie nel tentativo di scaricare su altri la responsabilità della lunga e profonda crisi attraversata dal paese, e quelle nuove perché non hanno idea di cosa fare e si rifugiamo nella più facile demagogia. Così entrambi non hanno trovato di meglio che incolpare Bruxelles, l'austerità imposta dalla Germania, o l'Euro dei sacrifici che abbiamo dovuto fare. Ma continuare a dire che "noi vogliamo stare in Europa solo se ci conviene", o ripetere slogan tipo "Europa sì ma non così", oppure insultare i presunti burocrati di Bruxelles perchè non tengono conto della volontà dei cittadini, comporta costi elevati in quanto semina incertezza presso i risparmiatori e gli operatori economici sulle prospettive del nostro paese e diffonde sfiducia nei nostri potenziali partners sulla reale capacità dell'Italia di partecipare alla costruzione di un percorso di rafforzamento dell'integrazione europea.

Noi siamo europeisti convinti, ed anzi degli attivisti pro-Europa, ma non per questo non vediamo le cose che non vanno, gli errori commessi, e la necessità di procedere su un percorso di maggiore integrazione per non rimanere in mezzo al guado. Ma questo non deve essere confuso con sterili battaglie contro il fiscal compact o con demagogiche e quindi illusorie battaglie contro la legge Fornero o per un reddito di cittadinanza. Tutte queste affermazioni sono vissute dai nostri partners come la dimostrazione che l'Italia vuole continuare a spendere soldi che non ha, e che con il debito che si ritrova, difficilmente potrà continuare a trovare a prestito. Di qui le strampalate teorie sull'uscita dall'Euro o sulla doppia circolazione monetaria che, se attuate, non solo non aiuterebbero coloro che hanno veramente bisogno, ma porterebbero una ventata di povertà in tutto il paese.

Invece noi stiamo cominciando a beneficiare dei sacrifici fatti e delle riforme impostate. Abbiamo discreti tassi di crescita, e gli occupati sono in aumento. Le difficoltà sono ancora molte ma è chiaro che il sentiero imboccato è quello giusto. Non c'è ragione per tornare indietro. Anzi dobbiamo continuare con maggiore impegno. Purtroppo la parola "riforme" dopo l'esito del referendum del 4 dicembre sembra passata di moda. Pochi leaders di partito ne fanno la bandiera della loro proposta politica. Anzi sono all'opera potenti forze per annacquare le riforme già fatte , forze non sufficientemente contrastate dai protagonisti di quella stagione. Eppure se vogliamo essere tra gli attori principali del rilancio dell'integrazione europea che potrebbe dare un forte impulso alla crescita dell'intero continente, dobbiamo lavorare molto per consolidare la fiducia degli altri nei nostri confronti e per farlo non c'è che una strada: confermare una strategia riformista credibile e delineare un percorso di riduzione del rapporto debito/PIL. Per la prossima legge di bilancio già inizia il battibecco su chi deve essere beneficiato da una eventuale riduzione del carico fiscale, le imprese o i cittadini. Non credo che ci potrà essere molto spazio per distribuire risorse a destra ed a manca, al di là della necessaria ricomposizione delle entrate e delle spese che andrebbe fatta per rendere le une e le altre più efficienti e più adatte a sostenere gli investimenti e la crescita. Sarebbe invece importantissimo puntare ancora sullo snellimento delle procedure burocratiche, sull'accelerazione della giustizia civile, sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni. Così si che si potrebbero cambiare le aspettative e stimolare gli investimenti, anche dall'estero.

Del resto la nostra crisi è stata più profonda di quella degli altri e la risalita più lenta e difficile, non per gli errori della politica europea (che pure ci sono stati) ma per il nostro forte calo della produttività iniziato all'inizio degli anni 2000 e solo ora sembra si sia arrestato. Coincide con l'avvento del governo Berlusconi e forse l'on Brunetta, valente economista, può spiegarne meglio di noi le ragioni di fondo.

Se daremo segnali chiari e convincenti e se avremo la capacità di offrire una stabilità politica simile a quella di Francia e Germania, allora potremo partecipare a pieno titolo al tavolo in cui si deciderà il rinnovamento dell' Europa e sicuramente potremo trarne notevoli e duraturi vantaggi.

La Gran Bretagna appare in notevole difficoltà nel portare avanti la Brexit, una decisione presa probabilmente più di pancia che di cervello. Noi dobbiamo confermare la nostra amicizia con Londra ma dobbiamo essere duri nel difendere i diritti dei tanti nostri concittadini che vivono in Gran Bretagna. Sull'immigrazione sembra che finalmente si stiano facendo passi in avanti nel definire gli apporti di tutti gli europei alla gestione di questo fenomeno epocale. Ma siamo solo all'inizio di un percorso che deve essere assai più ambizioso. La sicurezza e la difesa dovranno essere in cima alla nostra agenda insieme ai progressi nell'integrazione economica a cominciare da quella bancaria e dalla comune assicurazione sulla disoccupazione.

In conclusione vorrei dire con forza che è venuto il momento di smetterla di accusare l' Europa di colpe che non ha. Questo nostro scomposto vociare ci crea gravi danni reputazionali che poi dovranno essere pagati da tutti i cittadini. In secondo luogo dobbiamo fare una politica economica che miri soprattutto a migliorare la nostra competitività smettendo di illuderci che la salvezza del paese nel suo complesso e quella dei senza lavoro e dei poveri, possa venire dal bilancio pubblico e dalla spesa in deficit. Se così fosse, visto il livello del nostro debito noi dovremmo essere il paese con la crescita più elevata nel mondo!

Non ci sono alternative all'Europa. Ed è nostro massimo interesse partecipare in prima fila a questa fase di rilancio. Sia Macron che molti esponenti tedeschi hanno detto esplicitamente di volere l'Italia al tavolo delle trattative. Il presidente francese ha vinto contro le chiusure nazionalistiche con un progetto europeista e suscitando l'orgoglio dei francesi dicendo "il mondo ha bisogno della Francia". Noi realisticamente, dobbiamo con chiarezza puntare a mobilitare le tante energie dei cittadini europeisti che negli ultimi anni si erano affievolite di fonte alla urlante demagogia di chi passa disinvoltamente dal separatismo al nazionalismo o dal dichiararsi francescano al rifiuto di qualsiasi politica di accoglienza. L'Europa ha bisogno di noi. Sta a noi, come disse una volta il presidente Ciampi, partecipare alla partita come giocatori attivi o assistervi dai bordi del campo.
Nato a Roma il 9 febbraio 1946 diventa giornalista professionista nel 1970. Dopo una breve esperienza iniziale a Il Globo si trasferisce a Milano a Il Sole 24 Ore dove rimane fino al 1980 raggiungendo la qualifica di vice direttore. Dopo un passaggio all'Europeo ed a Il Mattino di Napoli, nel 1984 diventa responsabile delle relazioni esterne di Confindustria con la presidenza Lucchini. Nel 1992, al termine della presidenza Pininfarina,si trasferisce alla Fiat come responsabile della comunicazione. Nel 1997 diventa direttore del Il Sole 24 Ore di cui nel 2001 assume l'incarico di amministratore delegato. Nel 2003 assume la carica di amministratore delgato di Itedi e de La Stampa e nel 2005 passa alla Fiat come responsabile dei rapporti istituzionali.