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Def, ridurre il debito è centrale ma ci vuole più coraggio

4 ottobre 2017
TESTO INTEGRALE DELL'INTERVENTO SUL DEF NELL'AULA DI MONTECITORIO - "Il debito è un freno alle nostre potenzialità di crescita" ma "la situazione politica italiana sembra aver costretto il Governo ad un progetto programmatico poco ambizioso" - Rilanciare le riforme
Il quadro programmatico delineato dal Governo indica non solo che dovremo camminare lungo un sentiero stretto, ma che stiamo procedendo sul filo del rasoio. Infatti se guardiamo ai due principali obiettivi della nostra politica economica per i prossimi tre anni, e cioè l'occupazione collegata alla crescita dell'economia, e la riduzione del debito pubblico si percepisce che entrambi i target appaiono non solo poco soddisfacenti, ma il loro raggiungimento sembra esposto ad un alto grado di rischio.

In realtà il quadro di partenza, e cioè la situazione economica che stiamo vivendo in questo 2017, è piuttosto buono ed in miglioramento. La ripresa sta interessando sia l'industria che altri settori del terziario. Essa è trainata non solo dalle esportazioni, ma dalla domanda interna che grazie alla graduale riduzione del carico fiscale sulle famiglie e sulle imprese ed alla ripresa dell'occupazione di quasi un milione di unità, si è rimessa in moto.

E questo va sottolineato per contrastare i "sovranisti" che invece puntano sull'uscita dall'Euro e sulla svalutazione e cioè sull'export comprimendo la domanda interna, a dimostrazione di quanto sia fallace la loro ricetta e di quanto siano state corrette le scelte degli ultimi governi. I tassi d'interesse sono bassi grazie alla politica monetaria accomodante della Bce, mentre le riforme e gli altri provvedimenti degli ultimi governi, come ad esempio il Jobs act ed il piano Industria 4.0, hanno dato un buon apporto alla crescita del PIL.

Gli indicatori di fiducia sia delle imprese che delle famiglie sono sui massimi da un decennio. Gli investimenti privati stanno salendo, mentre quelli pubblici sono al palo e solo il prossimo anno potrebbero mostrare una modesta ripresa. E qui sarebbe interessante capire se si tratta di mancanza di risorse finanziarie oppure se questa è la conseguenza della farraginosa macchina burocratica che di fatto impedisce di chiudere un appalto.

Il debito pubblico mostra in rapporto al PIL, una lieve discesa già quest'anno che dovrebbe essere più visibile a partire dal prossimo anno e soprattutto nel 2019 e 2020. Ma questo si basa su ipotesi di crescita abbastanza sostenute,certamente possibili, ma superiori a
quelle previste dalle principali osservatori internazionali; ipotesi che dovrebbero essere perseguite attraverso la prosecuzione di una intensa politica di riforme volte al sostegno della competitività e dell'efficienza.

La questione del debito sta diventando centrale per poter consolidare la fiducia dei mercati e di Bruxelles nei riguardi del nostro paese. Senza dimostrare da parte nostra una ferrea volontà di perseguire un percorso credibile anche se graduale, di riduzione, la nostra economia continuerà ad essere esposta a grossi rischi ed a pagare fin d'ora un premio per questo. Purtroppo non sembra che il mondo politico, con le dovute eccezioni, valuti esattamente tutte le implicazioni che questo comporta, ed anzi, molti basandosi sul miglioramento congiunturale, ritengono che la crisi sia passata e che non occorrono nuovi impegni per innalzare la nostra competitività, ma che invece sia giunto il momento di allargare le maglie della spesa.

Anche l'attenuazione, prevista nel Def, della traiettoria di rientro del deficit e del deficit strutturale, se per certi versi appare corretta al fine di non vanificare con una eccessiva stretta fiscale, la possibilità di crescita del PIL, per altri potrebbe indurre dubbi sulla nostra effettiva volontà di arrivare ad una effettiva riduzione del debito. Queste scelte di finanza pubblica sarebbero molto più credibili se fossero accompagnate da una convinta politica di rinnovamento e di riforme al fine di aumentare la competitività. Su questo il Def non sembra fare una puntata sufficientemente forte.

Sicuramente quello che frena il governo che pure in passato ha saputo affrontare nodi veramente spinosi, è la situazione politica interna. La scadenza della legislatura e quindi l'avvio della campagna elettorale stanno creando un clima di generale irresponsabilità nelle forze politiche. Il mio amico onorevole Bersani, con il quale durante il secondo governo Prodi ho avuto una assidua frequentazione, mi sembrava allora molto più sensibile ai problemi della produttività delle imprese e della competitività generale del paese, di quanto non mostri di essere oggi.

Allora mi sembrava convinto che la vera socialità stava nella possibilità di creare buoni posti di lavoro e nella riduzione delle rendite di posizione che assottigliano il salario dei lavoratori. Anche oggi, al di là delle questioni politiche più generali, credo che dovrebbe essere mantenuto da tutte le forze politiche un alto grado di responsabilità su alcuni temi strategici per il futuro del paese, com'è appunto, il debito.

In sostanza la situazione politica italiana sembra aver costretto il Governo ad un progetto programmatico poco ambizioso. La disoccupazione rimarrebbe ancora ben superiore al 10% anche il prossimo anno. Il debito scenderebbe in maniera appena percettibile e visto che una parte importante della manovra, pari a 0,35 punti di PIL è dovuta alla lotta all'evasione, qualche dubbio sul suo effettivo perseguimento è più che lecito. In questo quadro non esiste alcuna possibilità di rivedere la riforma delle pensioni, anche per le meno favorevoli stime sull'andamento demografico, mentre sulla sanità gli spazi di manovra andrebbero ricercati all'interno del sistema attraverso stringenti manovre di efficientamento.

Per contro il Governo dovrebbero effettuare ulteriori tagli di spese poco produttive per concentrare le risorse su alcuni elementi fondamentali per la competitività. Ne cito due: il mercato del lavoro dove occorre potenziare il meccanismo di avviamento al lavoro se è
vero, come afferma il sen Ichino che ci sono circa mezzo milione di posti di lavoro che non sono coperti per mancanza di persone con le qualifiche adatte. Il secondo è proprio la formazione, previo un accordo con le Regioni per riformare l'attuale sistema.

Apprezzo l'equilibrio e la fermezza del ministro Padoan. Constato che la strada delle riforme sta avendo effetti positivi. Ricordo che la questione del debito è un freno alle nostre potenzialità di crescita. Auspico che non venga sprecata l'occasione offertaci in questi mesi dalla favorevole congiuntura per continuare a porre le basi di una crescita stabile ed affidabile consentendoci di puntare su traguardi più ambiziosi sia per l'occupazione che per il controllo del debito.
Nato a Roma il 9 febbraio 1946 diventa giornalista professionista nel 1970. Dopo una breve esperienza iniziale a Il Globo si trasferisce a Milano a Il Sole 24 Ore dove rimane fino al 1980 raggiungendo la qualifica di vice direttore. Dopo un passaggio all'Europeo ed a Il Mattino di Napoli, nel 1984 diventa responsabile delle relazioni esterne di Confindustria con la presidenza Lucchini. Nel 1992, al termine della presidenza Pininfarina,si trasferisce alla Fiat come responsabile della comunicazione. Nel 1997 diventa direttore del Il Sole 24 Ore di cui nel 2001 assume l'incarico di amministratore delegato. Nel 2003 assume la carica di amministratore delgato di Itedi e de La Stampa e nel 2005 passa alla Fiat come responsabile dei rapporti istituzionali.