Torna al blog di Barbara Corrao

200 ulivi e 1 palo: il ricatto "ambientale" che blocca le grandi opere

23 marzo 2017
Il potere di veto sulle grandi infrastrutture lasciato a Comuni e Regioni, dopo il fallimento del referendum costituzionale, sta bloccando in Puglia i lavori del Tap, il gasdotto che porterà il gas dall'Azerbaijan. Casus belli sono le piante di ulivo che Tap è stata autorizzata a sradicare e poi ripiantare a opera ultimata. Ora Consiglio di Stato ha chiuso la partita: i lavori ripartono ma le resistenze, nonostante tutto, restano
Sono 200 piante di ulivo, questa volta, a bloccare l'avanzamento del gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline), un'opera strategica per l'importazione di 10 miliardi di metri cubi (a regime) di gas dall'Azerbaijan: 870 chilometri di tubi che attraversano Turchia, Grecia, Albania e il mare Adriatico all'altezza di Melendugno, un piccolo Comune del Salento, vicino Lecce, con 9.924 abitanti. Cantiere presidiato, attivisti seduti a terra, sindaci con tanto di fascia tricolore a cavalcare la protesta dei loro concittadini, comitato No Tap a denunciare l'illegittimità dell'iter autorizzativo: una sollevazione ha impedito martedì 21 marzo il passaggio di camion e ruspe che avrebbero dovuto espiantare, per poi ripiantarle a lavori ultimati, 201 piante di ulivo, 16 delle quali di valore monumentale. Il governatore Michele Emiliano, in piena bagarre, ribadisce "l'illegittimità dello spostamento degli ulivi" e il prefetto, dopo due ore di sospensione dei lavori, getta la spugna: ruspe e camion fanno dietrofront. Fino a quando?  A sbloccare il braccio di ferro è arrivata, il 27 marzo, la sentenza del Consiglio di Stato che ha respinto i ricorsi presentati dalla Regione Puglia e dal piccolo Comune salentino. I lavori possono dunque ripartire e il prefetto ha autorizzato Tap a farlo ma il sindaco Potì non si arrende e dichiara di voler proseguire la "battaglia".

Peccato che la rimozione temporanea degli ulivi sia perfettamente legittima e autorizzata, guarda un po', proprio dalla Regione Puglia governata dal corpulento Emiliano come dimostra il documento (riportato qui in allegato) con il quale il Dipartimento Agricoltura, sviluppo rurale e ambientale di Lecce aveva dato il via, non più tardi del 9 marzo 2017, all'"estirpazione di 215 alberi di olivo e di 4 olivi positivi alla Xylella in quanto opera (il Tap, ndr)considerata strategica a livello comunitario e dichiarata di pubblica utilità con decreto Mise". Sradicare le piante prima del 30 aprile è necessario proprio per preservarle, rispettando il ciclo vegetativo, e poterle poi reimpiantare sul territorio una volta che il tubo del gas (interrato e non visibile sulla costa) sarà completato.

La "battaglia degli ulivi" è solo l'ultima di una serie infinita di travi e granelli, più o meno voluminosi, infilati negli ingranaggi autorizzativi delle grandi infrastrutture, sottoposte a iter burocratici complessi e frammentati: una piaga che, lasciando diritto di veto anche ai più minuscoli enti locali e alle pressioni in loco, tiene in ostaggio i diritti della collettività nazionale, non serve a migliorare le opere ma solo a ritardarle con un aumento mostruoso dei costi che inevitabilmente poi si scaricano su tutti noi. Il tentativo del governo Renzi di riportare allo Stato, togliendole agli enti locali, le competenze sulle infrastrutture strategiche è fallito con la bocciatura della riforma costituzionale il 4 dicembre dello scorso anno.

Il risultato è che più l'opera è lunga, e perciò attraversa molteplici amministrazioni locali, più i veti si sommano: superato un ostacolo, subito se ne presenta un altro pochi chilometri più avanti perché cambia il Comune e l'ultimo pretende compensazioni maggiori del precedente, in un crescendo che sposta l'asticella sempre più in alto. E' stato così per il rigassificatore di Rovigo (Adriatic Lng: studio di fattibilità Edison nel 1997, completato nel 2009) che è poi venuto a costare 2 miliardi contro gli iniziali 400-600 milioni stimati; per realizzare l'elettrodotto Matera-Santa Sofia Terna ha impiegato 15 anni grazie, in buona parte, al paesino di Rapolla che bloccò la realizzazione degli ultimi chilometri su un tracciato complessivo di oltre 280. Ed è stato così per il Pilone 45 dell'elettrodotto Sorgente-Rizziconi, tra Calabria e Sicilia, un'opera a lungo ostacolata e finalmente inaugurata nel 2016, in grado di fare risparmiare 600 milioni l'anno sulle bollette elettriche nazionali poiché è riuscito ad eliminare il collo di bottiglia su cui hanno a lungo prosperato i produttori locali. Un palo, tecnologicamente avanzato ma pur sempre un palo, al quale si sono aggrappati fino all'ultimo gli oppositori che ora sembrano essersi volatilizzati. Gli elettrodotti citati funzionano, come pure il rigassificatore di Rovigo; a Rapolla continuano a nascere bambini e le bollette, oltre che l'ambiente, traggono vantaggio da opere moderne e utili alla collettività.

(aggiornato il 28 marzo)
Giornalista professionista, ha cominciato collaborando con alcuni quotidiani locali tra cui il Giornale di Sicilia, e dal '79 viene assunta al Messaggero. Dopo un periodo di gavetta in Cronaca, passa dal 1985 al servizio di Economia e Finanza per occuparsi di Partecipazioni statali, telecomunicazioni, energia e finanza pubblica. Negli ultimi vent’anni ha svolto servizi da inviato in Italia e all'estero e seguito con continuità i passaggi più significativi dell'economia nazionale, approfondendo in particolar modo le competenze in materia di energia. Nel 2009, insieme con Corrado Calabrò (allora presidente dell'Autorità per le Comunicazioni) ha scritto il libro "Rete Italia" (Rubettino Editore). Attualmente ha lasciato Il Messaggero con il quale continua però a collaborare.