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Le Pen, l'esplosivo sotto la casa comune dell'euro

26 febbraio 2017
Da "IL ROSSO E IL NERO" di ALESSANDRO FUGNOLI, strategist di Kairos - Un'eventuale vittoria di Marine Le Pen alle elezioni presidenziali francesi di aprile scatenerebbe il terremoto in Europa con l'uscita della Francia dall'Europa e dall'euro mentre negli Usa le riforme di Trump rallentano: tutto ciò consiglia di ridurre le posizioni troppo esposte al rischio azionario in previsione di alta volatilità
Da un paio di decenni la storiografia sulla Grande Depressione degli anni Trenta, tradizionalmente centrata sugli Stati Uniti, indaga il ruolo decisivo della Francia nel fare precipitare la situazione a livello globale dopo il 1929. La Francia rientrò nel sistema di cambi fissi rispetto all’oro nel 1926 con un franco sottovalutato. Negli anni successivi ebbe quindi un forte surplus commerciale che le permise di accumulare oro.

Tra il 1929 e il 1931 la Francia assorbì l’8 per cento di tutto l’oro esistente nel mondo senza sterilizzarlo, senza cioè creare moneta per un importo equivalente. In casi analoghi la sterilizzazione, fino alla Grande Guerra, era stata la regola (così come lo era la distruzione di moneta da parte dei paesi che perdevano oro) ma il riavvio del sistema negli anni Venti era avvenuto senza prevedere questa clausola essenziale.

La Francia accumulò oro invece di spenderselo per mercantilismo, una politica che funziona se sono solo in pochi a seguirla (non tutti i paesi possono essere in surplus nello stesso momento). L’8 per cento di oro ritirato dalla circolazione, al quale va aggiunta una quota americana (anch’essa non sterilizzata), provocò la caduta globale dei prezzi, il fallimento di molti debitori (e quindi dei loro creditori) e l’esplosione della disoccupazione. La cosa ricadde in pieno sulla Francia, che mantenne il cambio con l’oro mentre tutti gli altri paesi, uno alla volta, svalutavano. Alla fine la Francia si ritrovò con tanto oro e tantissimi disoccupati. La pressione sociale travolse il governo e portò al potere il Fronte Popolare nel 1936. Il Fronte svalutò massicciamente e aumentò aggressivamente le retribuzioni. Due anni dopo, esaurito il gruzzolo d’oro e salita l’inflazione, il Fronte fu mandato a casa a sua volta, mentre sull’orizzonte si profilavano la guerra, l’Occupazione e Vichy.

Vedremo tra qualche settimana se la grande stagnazione francese seguita al 2008 porterà all’elezione di Marine Le Pen e a un nuovo terremoto globale. La Francia ha una delle opinioni pubbliche più irrequiete e insofferenti del pianeta e periodicamente si lascia andare a esplosioni di rabbia a volte creativa, a volte distruttiva.

I 144 punti del programma di Marine Le Pen sono una lettura interessante. L’originalità sta nell’avere messo insieme elementi tradizionali della destra sociale con elementi di sinistra pura e semplice. A questi si aggiunge il chinarsi a raccogliere le bandiere iperlaiciste, anticomunitariste, militariste e ultracentraliste della tradizione giacobina, persasi negli ultimi anni per strada con l’annacquamento del carattere presidenzialista della Quinta Repubblica, con la devoluzione di potere dal centro alle regioni e con l’accettazione di forme di autogoverno di fatto nelle banlieues islamizzate. Tocco finale del programma, il ritorno al sistema elettorale proporzionale, una pugnalata alla costituzione del 1958 ma un’esigenza tattica vitale per un Front National che potrebbe trovarsi a giugno un presidente senza deputati.

Oggi la Francia ha di nuovo un minimo di crescita e ha un disavanzo delle partite correnti modesto. Non è sotto pressione e non ha bisogno di svalutare (lo stesso vale per l’Italia). Se però vuole regalarsi una portaerei in più, un punto di Pil in più di spese militari, 40mila nuove celle di prigione, 15mila nuovi poliziotti e gendarmi, l’età della pensione di nuovo a 60 anni, imposte più basse alle piccole imprese, pensioni di vecchiaia più alte e imposte tagliate del 10 per cento per i primi tre scaglioni di reddito, tutti punti del programma della Le Pen, allora i soldi deve farseli stampare della Banque de France. E sarebbero franchi, naturalmente, non euro. Il programma ufficiale parla (è il punto numero uno, giustamente) di negoziati con i partner europei seguiti da un referendum sull’appartenenza all’Unione Europea. Ufficiosamente i responsabili economici del Front National hanno parlato di un’uscita dall’euro comunque in tempi brevi e senza passare per un referendum, di un Qe di 100 miliardi di franchi l’anno e di una svalutazione da negoziare (10-20 per cento se l’euro rimane in piedi, liberi tutti se l’euro cessa di esistere).

Che probabilità ci sono che vinca la Le Pen? Finora il mercato ha dato per buoni i sondaggi, che indicano tanto Macron quanto Fillon vincitori al ballottaggio con la Le Pen. Va detto però che il loro vantaggio, nelle ultime settimane, è calato considerevolmente (pur rimanendo ancora ampio). Soprattutto i mercati non considerano l’ipotesi Hamon, l’ex socialista di sinistra, perché è accreditato solo del 14 per cento. Se però Hamon riuscisse a fare desistere Mélenchon (11 per cento) il 14 salirebbe al 25 e il ballottaggio potrebbe benissimo essere tra Hamon e la Le Pen.

Il programma di Mélenchon è quasi uguale a quello di Hamon, anche se il primo propone di alzare l’aliquota d’imposta sui redditi superiori ai 360mila euro al 100 per cento mentre il secondo si accontenta del 75 attuale. Il ballottaggio Hamon-Le Pen vedrebbe un’esplosione di astensioni e un esito altamente incerto. Hamon non è antieuro, ma con i suoi programmi onirici faticherebbe molto a convivere anche con Schulz, non parliamo della Merkel. Prima di correre a vendere consideriamo che, dovessero i sondaggi indicare un ballottaggio Hamon-Le Pen, il più debole tra Macron e Fillon (il secondo, per ora) subirebbe pressioni immense per desistere a favore del più forte già al primo turno. In questo caso la vittoria finale di un centrista sarebbe certa e il sospiro di sollievo dei mercati sarebbe udibile anche dalla luna. Ricordiamo che al voto francese mancano due mesi, non due anni.

Il dovere di cronaca impone poi di segnalare un’altra situazione critica trascurata finora dai mercati, ovvero il punto morto in cui si stanno ritrovando in America i grandi progetti di riforma su cui hanno scommesso molto i mercati. Parliamo della riforma dell’Obamacare, della riforma fiscale e del piano sulle infrastrutture. Alla camera bassa c’è un ingorgo tale da indurre a rinviare di mesi o trimestri le previsioni che si facevano fino a poco tempo fa sui tempi di approvazione (e dopo, naturalmente, c’è il senato). Soprattutto, sono sempre più evidenti le divisioni in campo repubblicano tra chi è disposto a spendere e chi vuole tenere i conti in ordine. Trump potrebbe essere decisivo per sbloccare l’impasse, ma anche dal suo lato i tempi sembrano allungarsi. Le proposte sulla riforma fiscale non arriveranno presto come si pensava e in ogni caso l’Obamacare avrà la precedenza.

Con altri presidenti e con aspettative più normali non si farebbe troppo caso a questo rallentamento, ma con un presidente che ama la guerra di movimento e un mercato con questo livello di aspettative un consolidamento dell’azionario sarebbe più che comprensibile. In pratica se ci sono posizioni troppo esposte al rischio azionario converrà riportarle almeno temporaneamente alla normalità. È ben possibile che l’azionario non scenda molto, ma è verosimile che la volatilità torni a crescere. Nel frattempo si potrà approfittare di eventuale debolezza per comprare oro.